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Angelo Camilli (presidente Unindustria): «Fiducia delle imprese laziali, c’è voglia di investire ma manca manodopera qualificata»

A pochi giorni dalla scadenza del blocco dei licenziamenti del 30 giugno, per industria e costruzioni, gli imprenditori non vedono il rischio di una perdita consistente di posti di lavoro. La discussione sul tema è calda, il governo sta discutendo di un’ulteriore proroga selettiva del divieto di licenziare, estesa alle imprese che hanno maggiormente utilizzato la cassa Covid, mentre alcuni industriali del sistema Confindustria, interpellati, mettono in guardia dal rischio opposto: il blocco delle assunzioni. L’esigenza da tutte le parti è quella di riformare gli ammortizzatori sociali, oltre ad aiutare chi è in difficoltà, così da avviare realmente una ripartenza concreta.

Così la pensa anche il presidente di Unindustria, Angelo Camilli. «La fiducia, da parte del sistema delle imprese del Lazio, è cresciuta molto. I dati della nostra regione, per il primo trimestre, sono estremamente positivi per quel che riguarda le esportazioni con percentuali molto più alte della media nazionale e con settori che stanno andando molto bene, dai metalli al farmaceutico. Per quello che ci sembra di percepire le prospettive sono di forte fiducia e di una forte spinta al recupero del Pil perduto».

Anche da un’indagine interna tra gli associati di Unindustria, realizzata intervistando un numero d’imprese importanti di tutte le dimensioni e di molti settori, continua Camilli, emerge «un clima di fiducia molto forte. Quasi il 50% delle imprese dichiara di voler effettuare investimenti, soprattutto in tecnologia, superiori rispetto al 2019 e un quarto delle imprese dichiara di voler assumere. Stiamo riscontrando, dunque, una forte volontà da parte del sistema delle imprese di riprendere investimenti, processi d’innovazione e crescita occupazionale. Non riscontriamo situazioni di forte disagio delle imprese tali da far pensare ad una fuoriuscita di personale di entità importante».

Un problema, presente anche nel Lazio, è quello della manodopera qualificata. Si fa sempre più fatica a trovarne. «È un fenomeno trasversale che interessa settori come il commercio e la ristorazione che stentano a trovare personale, ma anche personale di alto profilo e di alta specializzazione. È un problema abbastanza forte che viene da lontano perché nel nostro Paese c’è sempre stato il mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Come associazione, a tal proposito, stiamo facendo proposte per quel riguarda l’istruzione tecnico superiore ma anche sul fronte della formazione universitaria per colmare il gap di competenze che c’è sul territorio», ha concluso Camilli.

Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente di Confindustria Veneto, Enrico Carraro, intervenuto ai microfoni di Askanews. «Non dobbiamo bloccare i licenziamenti ma sbloccare le assunzioni. Oggi il tema a Nordest è portare nelle nostre aziende nuovi lavoratori e nuove professioni. Manteniamo tutte le tutele ai lavoratori delle imprese in difficoltà ma accompagniamoli verso quei settori e quelle imprese oggi in piena crescita che non trovano manodopera. Si apra finalmente una stagione di politiche attive del lavoro, si corra con la formazione professionale e Its – Istituti Tecnici Superiori perché nei prossimi anni cambieranno in modo profondo le competenze necessarie nelle nostre fabbriche. Una sfida per imprenditori e lavoratori che porterà vantaggi per tutti».

Secondo il presidente di Confindustria Piemonte, Marco Gay, non bisogna lasciare indietro nessuno. «Per farlo il Governo e le imprese devono disporre della forza per supportare e aiutare i settori e i lavoratori più colpiti, penso al tessile che in Piemonte può diventare, dopo questa fase di crisi, una chiave di rilancio per l’intera economia di alcuni territori poggiando sulla tradizione del Made in Italy, come il biellese. L’abbiamo condiviso nel piano industriale con la Regione». Ma «questa proroga mirata deve essere transitoria. È importante avviare la riforma degli ammortizzatori sociali e le politiche attive perché un cambiamento come quello che stiamo vivendo richiede nuove competenze ed una nuova strategia per il futuro. La traiettoria generale è di ripartenza e per mantenerla sarà cruciale la partnership tra pubblico e privato sulle sei missioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza, e sulle riforme, che aspettiamo da due decenni».

Per il presidente di Confindustria Campania, Luigi Traettino, «è condivisibile un blocco selettivo dei licenziamenti, salvaguardando quei settori che hanno accusato più di altri la crisi legata al Coronavirus, che sono ricorsi maggiormente alla cassa Covid e che dovranno continuare a beneficiarne. Tali comparti, tuttavia, e penso al tessile, all’abbigliamento e al calzaturiero, anche prima dell’epidemia erano in crisi».

Secondo Traettino, «bisogna creare le condizioni per favorire il reimpiego di quei lavoratori dei settori in crisi, attraverso la formazione e, più in generale, le politiche attive del lavoro. In tal modo potremmo fornire personale a quei comparti per i quali è prevista una forte crescita. Penso, ad esempio, al turismo, sia quello legato alle vacanze estive che a quello culturale e che riguarda in special modo le città d’arte, la cui stagione dura tutto l’anno. In caso di un massiccio ritorno dei turisti stranieri, che tutti auspichiamo, ci sarà la necessità di forza lavoro e non sarà semplice reperire personale in grado di garantire un’adeguata accoglienza a questi visitatori».

D’accordo con i pensieri dei colleghi è anche il presidente di Confindustria Sicilia, Alessandro Albanese. «Lo sblocco dei licenziamenti è oggi un falso problema. Seppur opportuno come provvedimento in un momento di grande difficoltà economica e sociale, adesso l’obiettivo deve essere quello dello sblocco delle assunzioni. Sono centinaia le aziende in Sicilia che non trovano manodopera e ciò a causa del reddito di cittadinanza che, oltre a far perdere la cultura stessa del lavoro, sta mettendo in crisi soprattutto le aziende del comparto alberghiero, della ristorazione e, più in generale, tutte quelle legate al settore del turismo. Per la ripartenza occorre quindi una riforma reale del welfare, degli ammortizzatori sociali e una trasformazione del reddito di cittadinanza in una misura che abbatta il costo del lavoro e consenta al lavoratore di mettere in tasca più soldi».

La necessità di assumere è il punto chiave anche per il presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti. «Noi abbiamo il problema di assumere, non di licenziare. Si deve trovare evidentemente un compromesso nella situazione in cui ci troviamo. Si trovino le condizioni affinché tutte le industrie in crisi trovino la loro possibile soluzione. E poi occorre sviluppare un grande piano di formazione, immediato, di quel personale che potrebbe rimanere senza lavoro per spostarlo in aziende dove, invece, c’è offerta di lavoro. Noi già stiamo facendo adesso questo lavoro, quotidianamente, con dei programmi di formazione del personale per evitare che qualcuno, con la fine del blocco dei licenziamenti, rimanga per strada».

Quanto alla difficoltà di trovare manodopera specializzata, Agrusti ha concluso. «C’è questo problema di assenza di manodopera qualificata, ma noi stiamo investendo risorse imponenti sugli Its, sulle scuole professionali, sulle accademy, perchè ci sono una serie di mestieri che devono essere assolutamente coperti e, tra l’altro, con retribuzioni buone. Penso, ad esempio, ai saldatori. Oggi un saldatore non prende meno di 1.800 euro netti al mese, ma non riusciamo a trovarli».

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