[L’Analisi esclusiva] Draghi ha solo 100 giorni di tempo per far ripartire l’Italia. E vi spiego perché. Dietro la sua squadra c’è una strategia

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Cento giorni. Mario Draghi ha 100 giorni – da qui, più o meno, alle soglie di giugno – per tirar fuori il paese dalle secche e spingerlo a prendere il vento della ripresa, sull’onda dello straordinario consenso che circonda il suo ingresso a Palazzo Chigi.

Non sono i 100 giorni di maniera, l’eco dei primi 100 giorni della presidenza Roosevelt, la classica “luna di miele” che, da definizione giornalistica, accompagna tradizionalmente un nuovo governo carico di speranza.

Sono cento giorni veri, i poco più di tre mesi in cui devono accadere le tre cose che, consapevolmente o meno, gli italiani in blocco si aspettano subito da lui.

Primo, una campagna di vaccinazione spedita, serrata, efficiente.

Secondo, una redazione del Recovery Fund convincente e, soprattutto, prontamente accolta da Bruxelles,

Terzo, la ripartenza dell’economia.

Le tre cose vanno in fila.

I vaccini azzerano paure e quarantene, ridando fiato a consumi e investimenti.

Il Recovery Fund avrà effetti concreti solo più avanti, ma quelli psicologici possono essere incassati subito e un buon piano consente all’ottimismo generato dal varo del fondo di esercitare tutta la sua trazione su questo risveglio dell’attività economica.

La ripresa che ne consegue spazza via gli incubi della prossima primavera: i licenziamenti per la fine della cassa integrazione e i fallimenti per la scadenza della moratoria sui debiti delle aziende.

Salvi salari e imprese, l’Italia può, insomma, ripartire.

Il timing è cruciale, perché la ripresa, se ci sarà, sarà con il turbo: già la scorsa estate, quando la pandemia sembrava dimenticata, si è visto di quale rimbalzo è capace l’economia italiana.

E un’economia che marcia a pieno regime risucchia il disavanzo di bilancio e svuota il debito pubblico. Voilà.

Questo scenario-miracolo è la promessa implicita del governo Draghi e le aspettative – che il nuovo premier ha imparato, alla Bce, a coltivare con destrezza –  sono, oggi, la radice della sua forza.

Sono, del resto, anche indispensabili per rimpiazzare il governo appena caduto.

Questi mesi hanno infatti illustrato il singolare contrasto fra la pessima stampa di cui, da un anno a questa parte, ha goduto Giuseppe Conte (con un carico di diffidenza, livore e insofferenza, in contemporanea a sinistra e a destra, nient’affatto di routine) e il vasto consenso che lo ha accompagnato nel paese.

Quanti dei suoi predecessori (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) sarebbero usciti di scena con un milione di like su Facebook?

L’”avvocato del popolo” (come, non senza toni di scherno, hanno continuato a definirlo i giornali) è stato un presidente del Consiglio genuinamente popolare, nonostante abbia dovuto traghettare il paese attraverso una crisi di proporzioni epocali, totalmente inedita e che ha richiesto decisioni durissime e mai viste.

In parte, questa popolarità era dovuta anche al fatto che Conte si rappresentava come il terminale delle multiformi richieste che venivano dal basso: il tramite attraverso cui si potevano realizzare le cose sperate o si poteva evitare che si attuassero quelle temute.

Non è questo il dialogo che c’è con Draghi.

Psicologicamente, la situazione si è rovesciata.

All’ex presidente della Bce – forse la figura letteralmente di maggiore, incontestato successo sulla scena mondiale di questi anni, universalmente definito abile e competente – il paese ha, in sostanza, detto: fai tu, come credi meglio.

Non c’è dubbio, oggi, su chi abbia il boccino in mano.

Finanche la Lega ha preferito rinunciare alla rendita dell’opposizione, pur di farsi trovare sul carro del vincitore.

Draghi ha cominciato a spendere subito con astuzia questo patrimonio di credibilità.

Già la composizione del suo governo è un piccolo capolavoro strategico.

Sui 23 ministri, solo 8 sono tecnici puri. Ma occupano tutte le caselle che contano: l’intera gestione del Recovery Fund e delle riforme è fuori dall’orbita dei politici di professione, quale sia il loro partito. Vediamo.

Il ministero chiave è, naturalmente, il Tesoro, quello che distribuisce i soldi. Daniele Franco è cresciuto con lui o, più esattamente, sotto di lui, negli anni in cui Draghi è stato governatore della Banca d’Italia.

Franco sarà, in buona sostanza, il braccio destro del vero ministro del Tesoro – certo non gliene manca la competenza – ovvero lo stesso Draghi.

Il quale, saggiamente, ha tenuto per sé anche i compiti di ministro per gli Affari europei, cruciale per il rapporto con Bruxelles, dove il nuovo premier avrà modo di esercitare tutto il suo charme e far valere l’alone che lo circonda.

Dopo il Tesoro, i ministeri di spesa. Più di metà dei soldi del Recovery Fund passeranno per il ministero della Transizione ecologica e per quello dell’innovazione digitale, dove ci sono altri due tecnici, Roberto Cingolani e Vittorio Colao. Un’altra fetta cospicua – quella delle opere pubbliche – sarà nelle mani di un quinto tecnico, Enrico Giovannini.

E tecnici sono anche i ministri deputati alle riforme cruciali di cui il paese ha bisogno: la giustizia, la scuola, l’università. E tecnico, infine, è anche il ministro che deve gestire un dossier oggi dormiente, ma che potrebbe far esplodere un governo in cui convivono Pd e Lega: l’immigrazione. Agli Interni è infatti rimasta Luciana Lamorgese.

Trincerato con i tecnici l’asse principale dell’azione del suo governo, Draghi ha delegato ai partiti il compito, peraltro non facile, di gestire l’esistente.

Ma la distribuzione non è avvenuta a casaccio.

Il mondo delle imprese è atteso da scadenze decisive: l’incubo del fallimenti, la ripresa dei settori in quarantena, il consolidamento dei bilanci, le crisi aziendali, il rilancio degli investimenti, la gestione dei debiti, la ristrutturazione del sistema industriale.

A tutto questo è delegato Giancarlo Giorgetti e per il settore più colpito dalla pandemia, il turismo, si è ritagliato un ministero apposito, affidato a Massimo Garavaglia.

Toccherà agli uomini del centrodestra e della Lega, insomma, gestire quel mondo delle imprese che è dichiaratamente il loro referente sociale.

Simmetricamente, a sinistra. Al Lavoro, il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, si troverà ad affrontare il rischio dei licenziamenti, la riforma degli ammortizzatori sociali, a cominciare dalla cassa integrazione per finire con il reddito di cittadinanza, la revisione del sistema pensionistico e, in generale, la risistemazione del welfare.

L’una e l’altra – quella di Giorgetti e Garavaglia come quella di Orlando – sono partite complicate, difficili, spinose, tormentate. Non è affatto detto che le assegnazioni siano state quelle preferite dai due partiti principali della coalizione di governo.

Una delle prime innovazioni di Draghi pare essere l’applicazione alla rovescia del Manuale Cencelli, guida storica della spartizione delle poltrone.

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