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Stefano Micossi (economista): «Tra Germania e Italia i conti del Green Deal europeo per ora non tornano»

Il Green Deal europeo sta diventando agenda di policy domestica in tutti i paesi dell’Ue e si incomincia a capire la radicalità delle scelte richieste. Il nuovo ministro dell’ambiente tedesco Habeck ha pubblicato il nuovo programma energetico della Germania. Prevede che entro 8 anni l’80% dell’energia sia prodotta da fonti rinnovabili, nel lungo periodo il 100%. Il non-detto è che questo piano implica una diminuzione della quota di GNP prodotta dall’industria manifatturiera, che al momento ammonta al 20%, con l’auto al centro dei risparmi.

Pare niente meno che un programma di deindustrializzazione della prima economia europea. Il piano implica anche un’autentica trasformazione del paesaggio. Ad esempio il, passaggio dai combustibili fossili alle rinnovabili implicherebbe per il solo impianto dell’acciaio di Duisburg del gruppo Thyssen l’installazione di 3800 pale eoliche. Si stima che – come in Italia – il 2% del territorio dovrà essere dedicato agli impianti rinnovabili (attualmente siamo allo 0,5%). Ancora non detto è il fatto che l’impatto immediato è l’aumento della dipendenza dal gas russo; ma Habeck vuole anche bloccare il gasdotto North Stream Two, che egli giudica in contrasto con le regole europee. Il nucleare naturalmente continuerà ad essere smantellato.
 
I conti non tornano, come anche negli altri paesi. Il piano di aumento della produzione di energie rinnovabili italiano implica quasi il raddoppio della produzione di elettricità da quelle fonti, con severi impatti sul territorio. Intanto, però, i nuovi impianti incontrano resistenza crescente sul territorio, in assenza di un piano paesaggistico condiviso. Il ministro Cingolani ha detto pubblicamente che occorre riprendere una discussione intelligente sul nucleare, suscitando la solita levata di scudi.

Ma nessuno ha obiettato allo stesso modo al fatto che l’Ilva, ora sotto controllo pubblico, abbia nel frattempo annunciato la transizione all’alimentazione a idrogeno, con un costo stimato (per ora) di almeno 5 miliardi, mentre non è chiaro in quanto tempo la produzione potrà ritornare su livelli tali da giustificare l’occupazione sui livelli attuali, che però il governo ha promesso di non ridurre. Il saldo della produzione mancante e dell’investimento ‘verde’ verrà mandato a Pantalone, come al solito.  Insomma, per ora si discute di scenari non realizzabili e il terreno è minato da blocchi ideologici molto costosi. Poco da stare allegri.

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