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«Spezzare il binomio Mattarella-Draghi è pericoloso. E vi spiego perché». L’analisi di Stefano Folli

“E’ sempre più evidente, specie dopo il G20, che il sistema si regge su due gambe: Mattarella alla presidenza della Repubblica, Draghi a Palazzo Chigi. Può non piacere, può suscitare qualche interrogativo, ma per ora è così”.

Lo sostiene Stefano Folli, editorialista di Repubblica.

“Spezzare il binomio rischia di essere pericoloso, anche perché le alternative sono vaghe. Talmente vaghe che un uomo di buon senso come il ministro Giorgetti, leghista vicino al premier e molto lontano dal suo leader Salvini, ha descritto uno scenario sorprendente solo per chi è sordo alle voci che da tempo attraversano i palazzi romani”.

“Secondo lui, occorre prolungare il tandem rieleggendo Mattarella almeno per un anno (ipotesi che in questi termini non piace all’interessato e appare poco rispettosa dello spirito della Costituzione)” sostiene Folli.

“Se ciò non è possibile, si deve realizzare «un semi-presidenzialismo di fatto» portando Draghi al vertice istituzionale, ma con l’intesa che sia lui a tirare i fili del governo, attraverso — si suppone — un fidato collaboratore a Palazzo Chigi. La proposta — peraltro tutt’altro che nuova — lascia perplessi perché equivale a inoltrarsi in una terra inesplorata, certo contraddittoria non solo con lo spirito, ma con la lettera della Carta costituzionale”.

“Tuttavia – prosegue Folli dalle colonne di Repubblica – è utile a segnalare il problema irrisolto. «Mandare Draghi al Quirinale», come ripetono vari capi partito con l’aria di volersene sbarazzare, rischia di creare un grave scompenso. Se Draghi fosse un semplice “notaio delle istituzioni”, non servirebbe al Paese che invece ha fiducia in lui come guida del governo.”

“Se al contrario salisse al Colle con l’ambizione di essere un De Gaulle, si scontrerebbe con una realtà ben diversa dalla Francia del 1958. Tra l’altro il “semi-presidenzialismo” francese fu instaurato da De Gaulle, attraverso una nuova Costituzione, prima e non dopo la sua elezione alla presidenza della Repubblica. In altri termini, la «complessa architettura politica italiana», secondo le parole di Biden nei suoi colloqui a Roma, non va forzata”.

“Essa prevede — possiamo immaginare — che Draghi resti a Palazzo Chigi alla testa di un governo meno nervoso dell’attuale. E infatti non è un caso che Giorgetti rilanci la sua linea volta a rendere la Lega un partito centrista prossimo ai popolari tedeschi: la stessa posizione dei Fedriga e degli Zaia, mentre Salvini coltiva l’amicizia col brasiliano Bolsonaro. Immagine plastica della divaricazione in atto”.

“La logica vorrebbe quindi – conclude Folli – che l’attuale presidente del Consiglio proseguisse il suo lavoro, mentre Mattarella resta al Quirinale come garante degli equilibri. Altre soluzioni sono certo possibili, ma appaiono insidiose: un sistema debole non può permettersi l’instabilità”.

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