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Smart working e natalità: lo studio che cambia il dibattito

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Lavoro da remoto e crisi globale della fertilità

Il rapporto tra smart working e natalità torna al centro del dibattito internazionale dopo una ricerca citata dal Financial Times e firmata dalla giornalista Ashley Armstrong. Lo studio suggerisce che la possibilità di lavorare da casa potrebbe contribuire ad affrontare la crisi globale della fertilità.

Il punto di partenza è una domanda sempre più frequente nelle analisi demografiche: lavorare da remoto può aiutare le famiglie ad avere più figli? Secondo diverse ricerche la risposta potrebbe essere positiva, soprattutto quando il lavoro flessibile permette di conciliare meglio attività professionale e vita familiare.

Il caso di Nicole Greene e la scelta del lavoro remoto

Nel reportage del Financial Times viene raccontata l’esperienza di Nicole Greene, fondatrice trentanovenne di una consulenza di comunicazione. La scena descritta è quella di una madre con una bambina di 18 mesi in auto davanti alla scuola primaria della figlia.

«Con una bambina di 18 mesi che blatera e piange nel sedile posteriore di un’auto fuori dalla scuola primaria di sua figlia, Nicole Greene ride di quanto sia “on-brand” per discutere di come lavorare da casa possa aiutare ad aumentare il tasso di fertilità».

Greene spiega che la scelta di portare l’agenzia completamente sul lavoro da remoto ha avuto effetti non solo sull’organizzazione aziendale ma anche sulle decisioni familiari.

«La decisione di spostare interamente la sua agenzia al lavoro da remoto è stata un fattore fondamentale non solo per attrarre talenti in un’industria prevalentemente femminile, ma anche per decidere che poteva avere un altro figlio».

Lo studio internazionale su 38 Paesi

La ricerca citata nell’articolo è stata finanziata dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e coinvolge accademici del King’s College di Londra, della Stanford University e della Princeton University.

Sulla base dei dati provenienti da 38 Paesi, gli studiosi hanno concluso che il lavoro da casa può avere un ruolo significativo nel contrastare il calo dei tassi di fertilità.

Il coordinatore della ricerca, Cevat Giray Aksoy, professore associato di economia al King’s College di Londra, sottolinea il potenziale del lavoro flessibile.

«La flessibilità sul luogo in cui lavoriamo sta emergendo come uno dei modi più promettenti ed economici per aiutare le persone ad avere le famiglie che dicono di volere».

Lo studioso ricorda anche la distanza tra il numero di figli desiderati e quelli effettivamente avuti.

«Nei paesi più ricchi le donne dicono ancora che la loro dimensione ideale di famiglia è leggermente superiore a due, ma la fertilità effettiva è bloccata vicino a 1,7 o 1,8. Quel divario tra dimensione familiare desiderata e realizzata è al centro del problema demografico odierno».

I dati: fertilità più alta tra chi lavora da casa

L’analisi si basa su dati raccolti tra il 2023 e l’inizio del 2025 su oltre 11.000 adulti. Il risultato principale indica che la fertilità è più alta tra chi lavora da remoto almeno un giorno alla settimana.

Tra le coppie in cui entrambi i partner lavorano da casa almeno una volta alla settimana, la fertilità totale risulta del 14% più alta, pari a circa 0,32 figli per donna in più rispetto alle coppie che lavorano sempre in presenza.

Secondo Aksoy la relazione tra lavoro da remoto e natalità è comprensibile.

«Il legame tra lavoro da casa e fertilità è ovvio», afferma, spiegando che il lavoro remoto riduce i tempi di pendolarismo, facilita la gestione dei figli e aumenta il controllo sulla giornata lavorativa.

Nicole Greene evidenzia anche la rigidità del modello tradizionale di lavoro.

«Il tradizionale requisito dell’ufficio dalle 9 alle 5 è un problema perché non corrisponde all’orario scolastico».

Il dibattito tra aziende e lavoro flessibile

Nonostante i risultati della ricerca, molte aziende stanno spingendo per il ritorno al lavoro in presenza. Tra gli esempi citati ci sono JPMorgan, che ha chiesto al personale di tornare in ufficio cinque giorni a settimana, e alcune grandi imprese britanniche che monitorano la presenza dei dipendenti.

Secondo alcuni dirigenti il lavoro in sede garantisce decisioni più rapide e una cultura aziendale più forte. Un dirigente citato dal Financial Times sostiene che «non è responsabilità degli affari risolvere la crisi di fertilità di un Paese».

Altre aziende però vedono nel lavoro flessibile uno strumento per attrarre e trattenere talenti. Rachel Gilley, amministratrice delegata della società di comunicazione Clarity Global, afferma infatti che «il lavoro flessibile è una strategia di talento, non un beneficio per lo stile di vita».

Politiche pubbliche e incentivi alla natalità

Nel mondo diversi governi stanno cercando di contrastare il calo delle nascite con misure economiche. L’Ungheria ha introdotto agevolazioni fiscali e prestiti alle coppie sposate che vengono cancellati se nascono più figli. L’Italia ha introdotto i bonus bebè, mentre la Polonia ha eliminato l’imposta sul reddito per le famiglie con due o più figli.

In Corea del Sud, una società di costruzioni ha offerto un bonus di 75.000 dollari per ogni bambino nato.

Tuttavia alcune analisi sostengono che i pagamenti in denaro anticipino semplicemente nascite che sarebbero avvenute comunque. Un rapporto dell’Institute of Economic Affairs ha rilevato che gli incentivi finanziari hanno un successo limitato perché non affrontano le cause strutturali del calo demografico.

L’impatto dello smart working sulle nascite

Nonostante l’espansione del lavoro da remoto dopo la pandemia, il calo della fertilità non si è fermato. Nel Regno Unito il tasso di fertilità è sceso a 1,44 nel 2024, il valore più basso registrato per il terzo anno consecutivo.

Secondo Aksoy, tuttavia, senza la diffusione dello smart working la situazione sarebbe stata peggiore. Le stime citate indicano che nel 2024 il lavoro da casa ha inciso per l’8,1% della fertilità, pari a circa 291.000 nascite in più all’anno.

Per alcune famiglie la flessibilità del lavoro è stata determinante. Una madre citata nell’articolo afferma infatti:

«Penso sinceramente, grazie a Dio, che qualcosa ha scosso il sistema per permettermi di continuare a lavorare».

La stessa persona aggiunge che «la flessibilità era la differenza tra il mio poter tornare al lavoro o no».

Lo studio suggerisce quindi che la flessibilità lavorativa potrebbe diventare uno degli strumenti più rilevanti nel confronto internazionale sulla crisi demografica.

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