Un figlio di genitori laureati ha il 75% di probabilità di laurearsi, uno proveniente da una famiglia con al massimo il diploma il 48%, uno con genitori con la licenza media il 12%, mentre in caso di individui i cui genitori non hanno alcun titolo di studio scendiamo al 6%. Sono questi, in rapida successione, alcuni dei dati emersi da uno studio dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche “Istruzione e mobilità intergenerazionale: un’analisi dei dati italiani”, pubblicato nel nuovo numero della rivista Sinappsi dal titolo “L’istruzione fra scelte di policy, modalità di funzionamento e risultati”. Il numero sarà presentato nel corso di un evento online il 4 marzo, a cui parteciperà con un indirizzo di saluto anche il nuovo ministro della Pubblica Istruzione, prof. Patrizio Bianchi. A commentare, invece, questi dati è il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda.
«Generalmente i genitori desiderano per i propri figli un tenore di vita più elevato e con esso una vita migliore di quanto non abbiano avuto loro stessi e la maggior parte delle persone aspira ad avere l’opportunità di raggiungere posizioni più elevate rispetto a quelle della famiglia di origine. Questo studio dimostra che esiste una relazione diretta tra il titolo di studio dei genitori e quello dei figli e che in Italia, purtroppo, “l’ascensore sociale” sembra essersi fermato. Sia per un problema legato alle risorse economiche che per un aspetto culturale, le evidenze dimostrano che un genitore poco istruito sarà meno propenso a investire nell’istruzione del proprio figlio. Proprio per queste ragioni sono necessarie politiche pubbliche volte a superare le diseguaglianze di origine non solo offrendo agli individui “capaci e meritevoli” ma “privi di mezzi” le risorse necessarie a proseguire gli studi, ma anche garantendo che le istituzioni di istruzione sappiano assicurare a tutti processi di apprendimento validi, incisivi e profondi».
Manca, insomma, l’ascensore sociale, che non funziona, non permettendo a molti studenti bravi e meritevoli di riuscirci. «Inoltre la frontiera tecnologica relativamente arretrata su cui opera mediamente il sistema produttivo italiano fa sì che livelli di istruzione elevati non garantiscano né maggiore probabilità di occupazione, né significativi differenziali retributivi. Pertanto è necessario superare il disallineamento tra domanda e offerta di competenze e stimolare processi produttivi innovativi capaci di assorbire forza lavoro altamente qualificata per indurre anche le famiglie meno istruite a investire maggiormente nel capitale cognitivo dei figli in vista di sicuri rendimenti futuri».








