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[L’intervento esclusivo] Roberto Callieri (Presidente Confindustria Federbeton): «L’Italia rischia di perdere il suo cemento»

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Proprio nel momento in cui ha più bisogno di rinnovare le proprie infrastrutture, che dagli anni Cinquanta continuano a garantire sviluppo economico e sociale, l’Italia rischia di perdere la sua industria del cemento. Il Paese potrebbe, tra non molti anni, ritrovarsi privato di un’industria che fornisce il materiale essenziale per la costruzione e la manutenzione di case, scuole, ospedali, ponti, ferrovie, porti e molto altro. Le aziende italiane si trovano, infatti, davanti a una sfida che potrebbe portare alla loro progressiva uscita dal mercato, strette tra i costi crescenti dell’energia, la (giusta) necessità di adeguarsi alle nuove regole sulla decarbonizzazione e l’esposizione a operatori esteri che esportano con meno garanzie ambientali e dunque costi inferiori.

È sotto gli occhi di tutti che il nostro patrimonio infrastrutturale ha una assoluta necessità di manutenzioni e adeguamenti. In una situazione emergenziale, che il Paese sta cercando di affrontare con provvedimenti normativi e investimenti adeguati nell’ambito del PNRR, c’è però il rischio che la “materia prima” nazionale scompaia. Gli obiettivi europei di decarbonizzazione, infatti, rappresentano per il settore del cemento una sfida ambiziosa e senza precedenti. Le imprese sono pronte a coglierla, ma senza il supporto delle istituzioni e un contesto economico e culturale favorevole, lo sforzo potrebbe risultare vano.

Per raggiungere la neutralità carbonica al 2050, l’industria del cemento ha delineato una strategia articolata in obiettivi, strumenti e scadenze, con investimenti per un totale di 4,2 miliardi di euro ed extra-costi operativi di circa 1,4 miliardi annui. Un impegno che, però, non sembra sufficiente a superare gli ostacoli che inevitabilmente si presenteranno. C’è il rischio concreto che il tessuto industriale italiano perda di competitività nei confronti dei Paesi extra-europei che hanno standard ambientali inferiori e di conseguenza costi più bassi. Per l’Italia, poi, la situazione è più critica rispetto al resto dell’Europa perché il nostro Paese è particolarmente esposto all’importazione.

Non è un problema limitato al comparto del cemento. La ricaduta negativa interesserebbe l’intero sistema economico e sociale. Legare l’approvvigionamento alle importazioni renderebbe molto più instabili flussi e costi, mettendo in difficoltà l’intera filiera delle costruzioni. Dal punto di vista ambientale si assisterebbe alla “delocalizzazione” delle emissioni in Paesi che non sono soggetti a normative così puntuali come quelle europee, con un impatto maggiore a livello globale. La CO2 non ha confini e i trasporti ne producono molta. Si perderebbe, infine, la garanzia sulla qualità dei materiali, da cui dipende la sicurezza delle opere, con i controlli in parte demandati ai Paesi importatori.

È necessario agire, da subito. Alcune misure di supporto e protezione sono già inserite nella pianificazione europea del pacchetto Fit for 55 e nei programmi del Governo, ma occorrono provvedimenti adeguati e di immediata applicazione. Nel 2026, anno in cui è prevista l’entrata in vigore del meccanismo CBAM (Carbon Border Adjustment) per la protezione della competitività dell’industria europea dalle importazioni, l’industria italiana del cemento potrebbe già non avere più le dimensioni di oggi.

Inoltre, è auspicabile integrare nel meccanismo CBAM anche le emissioni indirette, legate alla produzione di energia elettrica. In Europa, infatti, il settore del cemento non può fruire del rimborso degli oneri emissivi legati ai consumi elettrici, a differenza di altre industrie. Per lo stesso motivo è necessario includere il comparto fra i settori energy-intensive nelle nuove Linee guida per gli aiuti di Stato per il clima, l’ambiente e l’energia.

Le imprese avranno bisogno anche di un supporto per lo sviluppo e l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia, come la cattura della CO2, fondamentali per il raggiungimento della carbon neutrality.

La sfida per la decarbonizzazione non è prorogabile, ma per arrivare al traguardo è necessaria un’azione sinergica del sistema Paese. Non da ultimo, occorre condividere una cultura ambientale basata sul dialogo e non più sulla contrapposizione preconcetta a qualsiasi scelta dell’industria.

L’industria italiana del cemento ha una lunga tradizione, è formata da donne e uomini capaci e competenti, produce ogni giorno migliaia di tonnellate di materiali al servizio della crescita economica e sociale del Paese, è sempre stata ed è tuttora capace di grandi innovazioni. Perdere tutto questo sarebbe un grande passo indietro per l’Italia.

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