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Ragazzi in una bolla virtuale | L’allarme di psicologi e i pedagogisti

L’agguato in diretta social è una scelta da “real tv”: attraverso i social si certifica tutto, compresa la propria esistenza, è come dire al mondo “io esisto”.

Pedagogisti e psicologi parlano di “bolla virtuale” nella quale sono incastrati i giovani ed è questa la lettura che danno dell’aggressione ad una docente avvenuta ieri in provincia di Bergamo e filmata dallo stesso autore del gesto, di soli 13 anni, che aveva anticipato tutto in un lungo post su Telegram.

Leggendo quel che ha scritto si comprende che questo giovanissimo ha alle spalle una storia lunga di frustrazione e una percezione di isolamento e di abbandono che sente prima da parte del padre, poi anche dei compagni e degli insegnanti.

Già il fatto di postare sui social una lettera intitolata ‘la soluzione finale’ dice molto”, ragiona parlando con l’Ansa il pedagogista Cesare Rivoltella per il quale l’episodio ripropone “una generazione caratterizzata da grandissima fragilità, una enorme sofferenza che non è facile da addebitare a cause precise: questi ragazzi chiedono che noi ci prendiamo cura di loro, hanno un bisogno enorme di attenzione; siamo una società adulta che attenzione non sa più dare: i primi responsabili siamo noi, presi dalla fretta, dalla velocità, dalle mille occupazioni.

L’educazione richiede tempo e attenzione certo non metal detector e misure punitive”.

Il pedagogista Daniele Novara punta il dito sui telefoni e i social: bisogna evitare i telefoni fino a 14 anni e i social fino ai 16, dice – ha presentato una proposta di legge in tal senso con altri studiosi – perché “sono pericolosi, i ragazzi non hanno un cervello adeguato per riuscire a usare questi strumenti, li mettiamo in pericolo”.

E accusa la politica perché “prima dell’elezione di Trump si era ad un passo dalla sua approvazione di questo testo, poi si è fermato tutto, ci sono degli interessi economici, evidentemente”.

Concorda sulla necessità di una legge anche il pedagogista Raffaele Mantegazza.

Ci vuole una bella ipocrisia da parte degli adulti nello stupirsi per il video girato dal giovane aggressore: siamo in una società in cui tutto viene filmato, tutto viene spettacolarizzato, il video è alla base social dei realty show, cos’altro ci aspettiamo?”, si chiede e aggiunge che “C’è una grande solitudine e un forte senso di mortificazione in questo tredicenne di cui l’adulto deve farsi carico: bisogna creare connessioni con persone che gli stiano vicino, gli diano affetto e considerazione, anche facendogli comprendere il grande dolore che ha causato”.

Concorda con queste analisi Emi Bondi, direttrice del Dipartimento di Salute mentale dell’azienda ospedaliera Papa Giovanni di Bergamo e past president della Società italiana di psichiatria, che vede l’aggressore come “un ragazzo timido, fondamentalmente solo e proprio la solitudine è la molla che spinge sempre di più a vivere ed affermarsi in una ‘bolla virtuale’, cioè in una realtà parallela sui social media, dove la cosa essenziale è apparire”.

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