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Paola Severino (vicepresidente Università Luiss Guido Carli): «Inserire nel Recovery Plan un progetto di welfare femminile efficace»

«Un femminicidio ogni tre giorni dall’inizio dell’anno; una percentuale di donne che hanno perso il lavoro nel periodo della pandemia pari al 98% su un totale di 101 mila nuovi disoccupati; un aumento esponenziale dei casi di violenza nel periodo del lockdown, con il 73% di chiamate in più al numero antiviolenza; un aumento dell’11% delle denunce per maltrattamenti». Sono solo alcuni dei dati, da cui l’ex ministro della Giustizia e ora vicepresidente dell’Università Luiss Guido Carli, Paola Severino, è voluta partire nel suo articolo per La Repubblica, nel giorno della Giornata internazionale dei diritti delle donne.

«Ma c’è un numero oscuro ancor più impressionante, fatto di donne che nascondono violenze quotidiane, che si ingegnano per affrontare spese domestiche in un rapporto coniugale alterato dalla dipendenza economica, che hanno dovuto cedere al marito o ai figli il computer di casa sacrificando per sé ogni possibilità di smart working. Tutto ciò sottintende un dato comune: la perdurante difficoltà delle donne di raggiungere la piena parità di posizioni».

C’è un problema di attuazione delle leggi, che impediscono alle donne di riconquistare la libertà decisionale. Le leggi ci sono, ma la loro piena attuazione è stata impedita da carenze di mezzi. «Nel femminicidio, il più grave dei fenomeni elencati, viene in evidenza la difficoltà della donna nel riconquistare la propria libertà decisionale quando avvia un percorso di separazione, cioè nel riconoscimento di un diritto. Negli episodi di violenza reiterata si aggiunge la difficoltà della donna di rendere effettive le tutele che la legge appresta attraverso specifiche norme anti-stalking. Nel campo del lavoro, le donne sono state definite “vittime sacrificali”, perché impiegate nei settori più in crisi, con contratti che danno poca sicurezza e stabilità, nonostante che il blocco dei licenziamenti dovrebbe tutelarle».

Si palesa quindi la necessità di rafforzare un sistema di welfare femminile efficace. «Le infrastrutture sociali, le istituzioni educative, le iniziative di specializzazione degli operatori che trattano i casi di violenza e di sfruttamento nel lavoro, i centri antiviolenza e le case rifugio per le vittime di più gravi forme di aggressione, cioè i presìdi di prevenzione più efficaci, non hanno ricevuto risorse economiche sufficienti. Se dunque pensiamo che salvare la vita di una donna, evitarle il calvario di sofferenze reiterate negli anni, consentirle di ottenere un lavoro sicuro e dignitoso, rappresenti il minimo comun denominatore di una cultura rispettosa dei diritti delle donne, dobbiamo consolidare un vero e proprio sistema di welfare femminile».

Per cui l’invito è al governo, nell’introdurre nel Recovery Plan italiano interventi in quest’ottica. «Ma queste piattaforme, come i tanti altri mezzi di supporto al merito spesso nascosto delle donne, sono costosi e le risorse insufficienti. Perché allora non inserire nel Recovery Plan un progetto di welfare femminile che parta dalla emersione dei problemi affrontati dalle donne nel corso della pandemia?».

«Sarebbe un bel modo per festeggiare l’8 marzo non solo con le mimose e i discorsi, ma con un intervento che metta davvero donne e uomini sugli stessi blocchi di partenza», conclude Severino.

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