L’allarme demografico e l’impatto sul Pil
“Senza un’adeguata crescita della produttività, lo squilibrio demografico si tradurrà inevitabilmente in una riduzione del Pil e del benessere complessivo”. Lo ha affermato Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico 2025-2026 dell’Università degli Studi di Messina. Il richiamo mette al centro l’inverno demografico come fattore strutturale capace di incidere sulla crescita e sulla qualità della vita nel medio-lungo periodo.
Forze di lavoro in calo e vincolo demografico
Secondo le proiezioni ricordate dal governatore, entro il 2050 l’Italia perderà oltre 7 milioni di persone in età lavorativa e, anche ipotizzando una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, l’ISTAT stima una riduzione delle forze di lavoro di oltre 3 milioni. “Il vincolo demografico è cruciale. È una questione complessa che va affrontata su più piani”, ha spiegato Panetta, indicando come priorità l’aumento della partecipazione, in particolare di donne e giovani, e una politica attenta sull’immigrazione.
Pressioni su lavoro, welfare e territori
Il governatore ha sottolineato che “le pressioni sul mercato del lavoro, sulla sostenibilità del sistema di welfare e sulle reti familiari sono già visibili e destinate ad aumentare”. Le aree interne, soprattutto nel Mezzogiorno, risultano particolarmente esposte: “l’invecchiamento della popolazione è amplificato dalla mobilità dei giovani, che sempre più spesso si trasferiscono nelle grandi aree urbane, in Italia e all’estero, alla ricerca di migliori opportunità economiche, di contesti sociali più dinamici e di servizi pubblici più adeguati”.
Natalità ai minimi storici e scelte di genitorialità
Se vivere più a lungo e in salute è una conquista, “la bassa natalità rappresenta una criticità rilevante”. Panetta ha ricordato che nel 2024 i nuovi nati sono scesi a 370.000, il livello più basso dal dopoguerra, e che dati preliminari indicano per il 2025 valori ancora inferiori. Le scelte di genitorialità, ha osservato, dipendono da fattori culturali ed economici: maggiore attenzione all’autonomia personale e all’autorealizzazione, percezione che avere figli possa nuocere alla carriera e difficoltà abitative. In Italia, ha aggiunto, il quadro è aggravato da carenza di servizi per l’infanzia, instabilità lavorativa dei giovani e persistente disparità nella divisione dei compiti di cura, che gravano soprattutto sulle donne.
Politiche pubbliche: tempi lunghi ma necessari
Per il governatore, “adeguate politiche pubbliche possono attenuare il declino della natalità, pur sapendo che i loro effetti si manifesteranno solo nel medio e lungo periodo”. Si tratta di “investimenti ad alto rendimento sociale”, a partire dai servizi educativi per la prima infanzia, che migliorano i percorsi formativi dei bambini e facilitano la partecipazione di entrambi i genitori al lavoro. Gli interventi monetari di sostegno al reddito aiutano ad alleviare i costi della crescita dei figli, soprattutto per le famiglie meno abbienti, pur avendo “in media un impatto più contenuto sulla fecondità”. Negli ultimi anni, ha riconosciuto Panetta, sono state adottate misure significative, ma “altro resta da fare”, in particolare per rafforzare gli strumenti esistenti e potenziare la rete degli asili nido, mantenendo scelte di bilancio coerenti con la riduzione del disavanzo. “Sono interventi complessi, che richiedono tempo – almeno due decenni – per produrre effetti visibili. Ma questo non deve scoraggiarne l’avvio”.
Fuga dei talenti e produttività
Alla stretta demografica si affianca la fuga dei lavoratori qualificati, che indebolisce il potenziale economico. Panetta ha evidenziato come “un giovane laureato in Germania guadagni in media l’80% in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30%”, sottolineando la perdita di capitale umano. Senza un recupero di produttività, ha ribadito, lo squilibrio demografico finirà per comprimere Pil e benessere.








