I «nuovi» hanno costi che se durassero non avrebbero. È il costo della precarietà e
dell’incertezza. Il sovrapprezzo diffuso pagato con danni sociali.
Dopo i contratti a termine è la sindrome del locale a termine (che attraversa le nostre strade,
una lancetta che sembra accompagnare ogni nuova insegna che si accende nelle nostre piazze.
È la febbre delle aperture), locali che nascono già con il fiato corto, figli di un’epoca che non
conosce la pazienza della sedimentazione, ma solo l’ansia della resa immediata. Il diktat è
chiaro e brutale: rientrare subito. Non c’è spazio per l’attesa, non c’è tempo per diventare “di
casa”, perché il mercato non concede il lusso della durata.
Qui si consuma il paradosso della modernità, quella precarietà che sembra maggiore scelta e
più libertà. Da una parte, la resilienza, quei locali storici che, tra alterne fortune quando
hanno mura amiche, possono ancora permettersi prezzi “normali”. Dall’altra, la giungla dei
menù e nuovi affitti: canoni che non sono più prezzi, ma ipoteche sul futuro (che non è in
bilancio). È qui che i prezzi lievitano, gonfiati non da un’improvvisa avidità – se ci
riaggiorniamo – ma dall’incertezza.
Il risultato è un panorama commerciale che somiglia a un set cinematografico: tutto sembra
brutalmente nuovissimo, ma profondamente fragile. Il grido che si leva dal settore del
commercio e dell’artigianato è una denuncia di capacità di garantire una durabilità che sia
tutela dell’identità e, al contempo, barriera contro l’inflazione selvaggia?
Se il costo di aumento della pizza diventa il riscatto da pagare a un mercato immobiliare fuori
controllo, allora non stiamo più comprando un servizio, ma stiamo finanziando il turn over.
La comunità è «continuità», per sempre (o quasi) è bene comune.
Nel frattempo – nel terribile gioco di individuare le differenze nelle cartoline delle nostre città
che cambiano continuamente – alzi gli occhi e vedi cresciuti di due piani palazzi, o addirittura
sei in via Torino e spunta dal nulla qualcosa in su senza né testa (senza buon senso) né coda
(anzi la coda delle inchieste). Puntano sulla nostra assuefazione ai soprusi, sul nostro modo
distratto di guardare, insomma fanno conto sul fatto che non abbiamo certezze, solo un
dubbio di sfuggita: «ma quell’orribile dito medio c’era già»? Lo sfregio milionario, poveri noi.
Ma noi guardiamo, vediamo, notiamo. E c’è l’intelligenza artificiale che sa chi lo ha costruito,
chi lo ha firmato, chi lo ha autorizzato, chi l’ha comprato. Una nuova forma di condanna della
memoria. Scegliete con rettitudine dove investire. «Ingiustizia con vista».








