43 miliardi di euro «per il rafforzamento della capacità produttiva autonoma nel settore dei microchip». A parlarne è l’economista Stefano Micossi. Si tratta di un’iniziativa europea, annunciata nel discorso programmatico della Presidente Von der Leyen, ufficialmente varata nei giorni scorsi. «Negli Stati Uniti un’analoga iniziativa parla di 52 miliardi».
Si tratta «di investimenti attraverso varie iniziative tese a coinvolgere vari attori pubblici, a livello europeo (la BEI) e nazionale, pubblici e privati. L’iniziativa più visibile è l’intenzione di creare quattro nuovi siti produttivi in Europa con sostanziosi aiuti pubblici – che verrebbero giustificati secondo l’articolo 107(3)(c) del Trattato sul funzionamento dell’Unione, con l’obbiettivo di creare impianti del tutto nuovi (first-of-a-kind) e, nel medio termine, capaci dopo una fase iniziale di operare profittevolmente senza aiuti. Il target è di raddoppiare la quota di microchips (cutting edge and sustainable, naturalmente) prodotti in Europa dal 10 al 20%, in un contesto mondiale nel quale la domanda è prevista raddoppiare», scrive su InPiù.net.
«Si tratta dunque di moltiplicare per quattro la produzione esistente in Europa. Poiché la costruzione di impianti di questo tipo richiede vari anni, il rischio di sbagliare tecnologia non è secondario (ed errori di questo tipo non sono mancati nel passato). Altri aspetti significativi dell’iniziativa riguardano il rafforzamento della ricerca in questo campo, la creazione di una infrastruttura di supporto all’innovazione e alle imprese innovative di media e piccola dimensione, e la creazione e l’attrazione di adeguate competenze digitali».
«La Commissione è pronta a consentire l’utilizzo dei fondi Horizon e Digital Europe, nonché in generale dei fondi NextGenEU per l’iniziativa. Insomma, l’iniziativa è ambiziosa, e probabilmente giustificata nel nuovo ambiente di grande incertezza strategica, oltre che strettamente economica», conclude. «Ma i rischi di fallimento sono elevati, primo tra tutti il rischio che le strozzature d’offerta conducano a un rapido aumento della produzione dove è più conveniente, lasciando l’Europa con un investimento inutile, oltre che troppo costoso».
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