La riflessione domenicale del direttore de La Stampa Massimo Giannini ha il pregio di riassumere tutti i punti cardine del pericoloso groviglio politico che si cela dietro la scelta del futuro capo dello Stato.
“Lo snodo istituzionale, delicatissimo, è quello di febbraio, quando si dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato e, di riflesso, si deciderà il destino di questo governo e del premier che lo guida. Draghi, nove mesi fa, è entrato a Palazzo Chigi con un mandato molto preciso: “Vincere la pandemia, rilanciare il Paese con le risorse straordinarie della Ue”. Con tutta evidenza, nessuna di queste due missioni è ancora compiuta”.
“Per questo – argomenta Giannini – se fossimo un Paese normale, il governo continuerebbe a lavorare fino alla scadenza naturale della legislatura, cioè nella primavera del 2023, e nel frattempo il Parlamento voterebbe a febbraio del 2022 il nuovo presidente della Repubblica”.
“Questa “normalità”, per quanto ispirata da un oggettivo “stato di eccezione”, cozza contro alcune variabili. La principale è proprio Draghi: ha intenzione di salire proprio lui, sull’ermo Colle? E se sì, chi lo voterà, e in cambio di quali garanzie? E soprattutto, che ne sarà poi del governo? Va a casa e si torna a votare subito, come esigono Meloni e in parte Salvini? O resta in carica, affidato a un altro premier ma con la stessa maggioranza, come pretendono deputati e senatori in attesa di maturare il diritto ai vitalizi? La matassa è pericolosamente aggrovigliata”.
“Ma un minimo di “normalità” politica e costituzionale, persino in un Paese come il nostro, dovrebbe escludere le soluzioni più stravaganti, fantasiose, azzardate”.
Continua Giannini: “una di queste soluzioni è il mandato quirinalizio “a termine”, preferibilmente biennale, che consentirebbe al premier di concludere il suo mandato, agli italiani di tornare al voto tra due anni e al nuovo Parlamento “riformato” (cioè ridotto di 345 scranni, in base al referendum approvato nel settembre 2020) di eleggere tra quattro mesi un presidente della Repubblica omogeneo con la futura maggioranza. All’uopo, già fioccano i candidati. Volontari (Silvio Berlusconi, alla spasmodica ricerca di un impossibile salvacondotto postumo da Statista). E involontari (Giuliano Amato). Ma siamo sinceri: il Quirinale è la più alta istituzione repubblicana. Non è una sinecura, di cui si dispone secondo l’evenienza e dove si risiede a tempo secondo convenienza”.
“Un’altra di queste soluzioni è quella avanzata da Giancarlo Giorgetti, che vuole Draghi al Quirinale, a manovrare il “convoglio” a distanza, con un sistema alla francese, “di fatto” e non di diritto. Ma siamo seri. Palazzo Chigi non è un albergo a ore, dove si va via lasciando la chiave a un amico fidato (Si estrae a sorte tra gli attuali ministri?). Il balletto semi-presidenziale, come scrive Vladimiro Zagrebelsky, è godibile ma impraticabile senza una radicale riscrittura della Costituzione”.
“Giusto l’ennesimo giro di valzer di un sistema imbolsito o addirittura impazzito, che danza incosciente sotto il Vulcano.
E dunque? Come sciogliere il groviglio? In attesa di capire se tra i leader dei partiti si profila una regia, o se invece ci affidiamo alla roulette russa, giocandoci pure l’ultima istituzione ancora credibile agli occhi degli italiani, toccherà forse ai diretti interessati sbloccare l’impasse”.
“Da un lato Mattarella, che toglierebbe le castagne dal fuoco a tutti, se fosse disponibile a un reincarico, di nuovo “a tempo”, sul modello di Napolitano. Lui, giustamente, non vuole. Ma non si può escludere che alla fine ceda: a patto che, come accadde proprio al suo predecessore, sia l’intero arco costituzionale a invocare apertamente e solennemente il bis. Sarebbe comunque l’ennesima torsione di un triangolo istituzionale collassato”.
“Dall’altro lato c’è proprio Draghi, che spariglierebbe le carte se esplicitasse con chiarezza le sue intenzioni, quirinalizie o governative che siano. Nel primo caso, dovrebbe farsi “incoronare” con la formula quasi plebiscitaria di Ciampi e quindi preoccuparsi di garantire partiti e parlamentari sul “dopo”, evitando il rischio di finire impallinato dai franchi tiratori (qui fa fede l’inquietante stress test del voto sulla legge Zan). Nel secondo caso, dovrebbe non preoccuparsi di cercare compromessi sempre più al ribasso con la sua maggioranza (qui fa fede il rinvio delle vere riforme nella legge di bilancio e soprattutto il cedimento ai balneari, che non fa onore all’ex banchiere centrale capace di piegare Merkel e Kurz, falchi tedeschi e frugali olandesi).
Il Paese ha bisogno di un buon governo. Questo lo è. A condizione, come abbiamo detto più volte. E che l’Italia, di fronte alle emergenze e alle scadenze che ha di fronte, la smetta di essere la solita, litigiosa e incorreggibile Repubblica Preterintenzionale” conclude il direttore.








