“Il governo va avanti, ovvio, ma non può più andare avanti come prima”.
Lo sostiene Claudio Cerasa, direttore del Foglio e attento analista della leadership di Mario Draghi.
“Piccoli segnali utili a inquadrare il momento delicato per il governo: una legge sulla concorrenza al di sotto delle aspettative, una delega fiscale affidata al Parlamento senza una direzione chiara, una trattativa sfumata con Unicredit su Mps, un’implementazione del Pnrr che quanto a lentezza preoccupa tanto la Commissione europea quanto i sindaci italiani, un timore diffuso relativamente alla capacità del governo di far entrare in vigore la legislazione attuativa per la riforma del processo civile e per la riforma del processo penale entro la fine dell’anno come previsto dal Pnrr e una Rai che doveva essere rivoluzionata rapidamente e che al momento non è stata neppure in grado di spostare di una mezz’ora “Un posto al sole”. I maliziosi, su questo piccolo elenco ci potrebbero ricamare e speculare. Ma la verità è che al governo Draghi sta succedendo quello che era scontato che succedesse in questo momento e sta succedendo quello che era scontato che succedesse di fronte alla prospettiva concreta che l’attuale inquilino di Palazzo Chigi possa spostarsi a fine gennaio su un colle romano”. Il Quirinale.
“Nel rallentamento – spiega Cerasa – non c’è nulla di scandaloso considerando anche il fatto che nonostante la decelerazione il governo Draghi è riuscito a tenere la barra dritta sul green pass, è riuscito a domare meglio di quasi tutti i paesi d’Europa la fase attuale della pandemia, è riuscito a dare alla nuova Alitalia (Ita) gli strumenti giusti per essere finalmente acquisita da una compagnia aerea più sana (Lufthansa?) riuscendo tra le altre cose a portare il M5s e la Lega a votare nel penultimo Cdm una revisione del Reddito di cittadinanza e di Quota 100”.
“Ma nella consapevolezza, da parte di Draghi, di non poter più strappare e di non poter più forzare c’è qualcosa che ci dice molto sul carattere della sua leadership e sulla sua capacità di cercare un equilibrio tra la necessità di essere decisionista e la necessità di dover governare l’arte del possibile. Non spacca più tutto Draghi perché sa che non può più (la fine dell’emergenza ha coinciso con il passaggio dalla fase dell’insindacabilità delle sue scelte a quella della sindacabilità) e perché sa anche che per poter coltivare fino in fondo la sua legittima e sacrosanta ambizione di giocarsi le sue carte per tentare la scalata al Quirinale occorre anche saper manovrare, oltre che saper riformare, e occorre anche dimostrare di saper fare con i partiti uno sforzo di mediazione superiore (occhio alla prossima legge di Bilancio)”.
“Il governo ha dunque rallentato, questo è un fatto” sostiene Cerasa.
“Ma per una volta il rallentamento potrebbe non fare paura, se si pensa al fatto che rallentare un po’ oggi è forse il modo migliore per provare ad accelerare per sette anni, con un Draghi un po’ meno ostaggio dei partiti e un po’ più motore del paese dall’alto di quel colle”.








