Mario Draghi ha lanciato «un nuovo patto per l’Italia destinato a salvaguardare l’equità sociale e le generazioni future». Lo sottolinea Francesco Manacorda, commentando l’intervento del premier all’assemblea di Confindustria.
«Si può confrontare la sua proposta a quella di Ciampi che» scrive Manacorda «nel luglio ’93, da presidente del Consiglio, siglò un patto con le parti sociali per portare il Paese verso un percorso di risanamento delle finanze pubbliche; oppure si può rivolgere lo sguardo alla Germania, la patria di quelle «buone relazioni industriali», che Draghi cita come «pilastro» dell’unità tra i produttori.
Ma in ogni caso, che si viaggi nel tempo o nello spazio, la proposta avanzata ieri dal premier nell’Italia che cerca di uscire dalla pandemia segna un cambio di passo per almeno tre ragioni. La prima è di ordine strettamente economico. Il docente di economia internazionale ed ex banchiere centrale, come è ovvio, non considera quel che accade in Italia come un fenomeno a sé stante, ma lo inserisce nel quadro di un momento particolare.
Dunque, un patto che abbia anche una funzione difensiva nei confronti delle turbolenze esterne. La seconda ragione è che l’incertezza internazionale vista dall’Italia non è però quella che si vede e si vive in Paesi, anche vicini, che sono in condizioni migliori. E proprio per questo il patto propone un cambio di passo. Draghi sottolinea la necessità che le parti sociali superino le divisioni e stringano un’alleanza anche sulle riforme che si aspettano da tempo, a partire da quella sulla concorrenza.
La terza ragione per cui l’intervento del premier cambia le carte in tavola è quella che più alimenterà il dibattito politico. L’abbraccio pubblico che gli industriali hanno riservato al presidente del Consiglio non eletto e alla guida di un governo di unità nazionale ieri è parso talvolta tracimare in un vero e proprio culto della personalità. Questo può e deve suscitare qualche interrogativo. Ma il rischio di questo unanimismo è anche che i contenuti di un patto si annacquino presto. Ci vorrà forse non scontro, ma di sicuro confronto, per dare contenuti condivisi e utili a un contratto comune che si propone di far cambiare velocità all’Italia».
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