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[Lo scenario] La roulette russa del Quirinale. Strappo sulla Casellati, rischio elezioni anticipate. Torna il Mattarella Bis

Il Centrodestra non è riuscito a far eleggere Elisabetts Casellati presidente della Repubblica.

in aula alla quinta votazione per eleggere il Capo dello Stato, la presidente del Senato ha preso meno di 400 voti.

60 in meno della compagine complessiva del centrodestra.

La scelta era stata valutata come uno strappo dal centrosinistra con il rischio di nuove elezioni.

Tradotto: la quinta votazione è passata, ora tocca alla sesta. La roulette russa continua. 

Pare dunque tramontata la possibilità di un presidente eletto a spallate, frutto della convergenza nel voto su una candidatura di parte – che alcuni pezzi di quella stessa parte erano tutt’altro che convinti di volere e potere votare – con franchi tiratori dell’altra, il cui minimo comun denominatore era impedire il trasloco di Draghi da palazzo Chigi al Quirinale.

La spallata del centrodestra

Sia il nome della Casellati che gli altri proposti dal centrodestra, secondo l’altra parte del campo – composto da Enrico Letta, Matteo Renzi, Luigi Di Maio e Roberto Speranza – hanno il vizio di origine di non essere candidature condivise ma imposte.

Alcune delle quali (Frattini, Belloni, Massolo) a detta del centrodestra, gradite almeno dal presidente M5s Giuseppe Conte in ritrovato asse giallo-verde con Salvini, alle prese con le acrobazie necessarie per non frantumare nel voto sul Presidente il primo gruppo parlamentare di Camera e Senato.

Ma tutte quante – hanno ammonito l’intera giornata di ieri Letta, Di Maio, Renzi e Speranza- accomunate dal denominatore che, ove mai nel segreto dell’urna andassero a buon fine, determinerebbero la fine immediata del governo di larghissima maggioranza anti Covid e il ricorso ad elezioni anticipate.

Che nello stesso centrodestra, a parole, è la sola Giorgia Meloni a dichiarare essere suo obbiettivo immediato. 

La questione Draghi

In questi giorni non si è mai interrotto il lavorio nella maggioranza larga dell’attuale premier Mario Draghi per provare a chiudere un accordo che possa ridurre all’inevitabile il trauma senza precedenti nell’Italia Repubblicana di una crisi di governo e del trasloco da palazzo Chigi di un premier non indicato dai partiti ma imposto da Mattarella. Il nome del quale quante volte uscirà anche stamani dall’urna della quinta votazione non sarà indifferente per la decisione su opportunità e tempi del D Day. 

Se i consensi al capo dello Stato uscente scendono vorrà dire che i grandi elettori sono più disponibili al trasloco di Draghi e rassicurati dal rischio elezioni che può comportare.

Se invece salgono, sarà la maggioranza a decidere se darsi ancora 24 ore per provare l’intesa su Draghi o se accantonarla.

La forza di Mattarella

“A questo punto non escludo l’ipotesi che possa esservi anche un Mattarella bis, sarebbe una forzatura nei confronti di Mattarella e oltremodo scorretto. Eppure o la vicenda si risolve nelle prossime ore o questa  ipotesi è in campo con tutta la sua forza” sostiene adesso Matteo Renzi, leader di Italia Viva.

E adesso anche nella Lega l’ipotesi Mattarella inizia a fare breccia.

«Magari – racconta Luca Zaia, governatore del Veneto al quotidiano Il Giornale – si può tentare un Mattarella bis come si fece con Napolitano. All’epoca andammo in gruppo noi governatori a convincere il Nap. Io, Maroni, Errani e Crocetta. Gli dicemmo: “Presidente deve restare se no qui non si va da nessuna parte”. Lui ci rispose :”Ragazzi sono vecchio, ci penserò”. Ma alla fine si convinse».

Il silenzio del Colle

“Mattarella è in totale silenzio stampa per evitare qualunque tipo di interferenza nelle trattative in corso – scrive il quirinalista Ugo Magri su La Stampa – Ieri sera, per sottrarsi al martellamento dei cronisti che volevano sapere se Mattarella aveva cambiato idea, o quantomeno ci sia possibilità che la cambi in futuro davanti a una valanga di schede con su scritto il suo nome, dal Colle hanno ritenuto informalmente di precisare quanto già si sapeva: che il capo dello Stato durante le elezioni del suo successore «non ha nulla da dire, niente da commentare o da far trapelare», per cui inutile insistere con le domande”.

“Insomma, per chi ancora non l’avesse chiaro – prosegue Magri – Mattarella vuol mantenersi perfettamente estraneo a tutto quanto potrà capitare, senza che qualche candidato alla sua poltrona possa fargliene carico. Per adesso lo soccorre il niet che Giorgia Meloni ha pronunciato nei suoi confronti e che Matteo Salvini – come spesso gli accade – non ha trovato la forza di contraddire. Senza un appello corale dei partiti, mancherebbero le condizioni minime indispensabili per convincere Mattarella a ripensarci”.

“Però la sequenza delle candidature a perdere, dei tentativi a vuoto, delle rose prematuramente sfiorite, porta a ritenere che il frenetico immobilismo del centrodestra sia arrivato al dunque. I muscoli non stanno portando da nessuna parte (a Berlusconi il merito di averlo capito). E non occorre troppa fantasia per indovinare che, perdurando l’impasse, senza colpi d’ala nelle prossime ore, il copione del Romanzo Quirinale preveda due sole possibili conclusioni, entrambe già note”, continua Magri.

Giorni pericolosi

“La prima, che il presidente della Repubblica lo faccia Draghi; oppure, nel caso in cui Super Mario dovesse fallire, che l’onere di restare al suo posto ricada sull’inquilino attuale. Certamente è ciò che il presidente meno si augura perché ha già dato; perché un bis non aggiungerebbe nulla all’immagine che gli italiani si sono fatti di lui e magari la sgualcirebbe (come è capitato a Giorgio Napolitano); perché una riconferma non cercata e tantomeno voluta certificherebbe che in Italia la democrazia è al collasso. Ma nemmeno Mattarella può impedire alla politica di fare il suo corso. Tra l’altro c’è una data che pericolosamente si avvicina come una specie di ghigliottina. Tra cinque giorni il presidente non sarà più tale perché gli scadrà il mandato; a quel punto non si sa nemmeno chi dovrebbe controfirmare gli eventuali decreti del governo in tema di pandemia, se Mattarella in regime di «prorogatio» o Elisabetta Casellati in veste di «supplente»: perché nulla specifica la Costituzione al riguardo e grande è il disordine sotto il cielo” conclude Magri.

Il bis di Napolitano, la storia può ripetersi

Ma anche i sempre numerosissimi sostenitori del Mattarella bis sono consapevoli che è ancora presto per essere preso concretamente in considerazione. 

Le sole condizioni possibili per provare a far recedere Mattarella dal suo già perfezionato congedo dal Colle sono le stesse del Napolitano bis. E allo stato non sussistono.

Non sono ancora stati bruciati nel voto candidati ufficiali sia bipartisan che di maggioranza, come accadde nel 2013 con Franco Marini e Romano Prodi. Né la sola opposizione parlamentare costituita in gruppi in entrambi i rami del Parlamento -oggi Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni- ha mai chiesto al presidente in carica di restare al suo posto, come fece nove anni fa il centrodestra a guida Berlusconi. Anzi. Allo stato e nelle votazioni in corso (candidatura Nordio, voti a Crosetto) la posizione di Meloni è quella di provare a eleggere a maggioranza un presidente di centrodestra e di un no al Mattarella bis.

Per andare a elezioni anticipato.

Per impedire le quali nel 2013 l’opposizione di Berlusconi votò Napolitano, dopo averlo avversato sette anni prima. E poi andò al Governo con il centrosinistra, dando vita al governo Letta. 

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