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[L’intervento] Carlo Di Cicco (vaticanista): «Ecco qual è il messaggio che con il concistoro Papa Francesco ha voluto lanciare»

Si aspettava con notevole curiosità la creazione recente di nuovi 20 cardinali, sia per l’imposizione della berretta cardinalizia, l’anello e l’assegnazione del titolo di una chiesa di Roma, sia per capire il perché Francesco avesse pensato di celebrare l’evento collegandolo a circostanze particolari mai prima legate a un concistoro del genere. Infatti la creazione dei cardinali è stata abbinata dal papa al voto per la canonizzazione di due beati -il vescovo Scalabrini e il laico salesiano Artemide Zatti, dedicati al servizio dei migranti e dei malati, categorie rilevanti nelle corde di Bergoglio – e si è intrecciata con la sua visita all’Aquila e la due giorni di assemblea a porte chiuse dell’intero Collegio cardinalizio. L’insieme del finale agostano ha sollecitato la curiosità particolarmente dei media internazionali impegnati a cogliere il senso recondito dell’amalgama inconsueto nel contesto della grave crisi geopolitica attuale. Specialmente per la visita all’Aquila collegata alla celebrazione del 728° giubileo della Perdonanza celestiniana. Per la prima volta dopo Celestino V, vi prendeva parte un papa che lo ha difeso rispetto alle critiche di Dante. Celestino non è stato l’uomo del no, ma l’uomo del sì specialmente indicando nel perdono la via della Chiesa. Anche a motivo della difficile deambulazione di Bergoglio si almanacca di una possibile sua rinuncia al pontificato al momento invece del tutto esclusa. È vero, invece, che il tema del perdono è centrale del suo pontificato non meno dei poveri e della riforma. Il perdono e la misericordia sono la scelta basilare del rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. Il vigore impressionante che caratterizza l’impegno del papa per la pace, la cura del creato, la dignità di ogni persona deriva dalla fedeltà al nome scelto per il suo servizio di successore di Pietro. Francesco evoca il santo di Assisi, ma il paradosso cui si assiste è nel fatto che a realizzare il progetto riformatore dell’umile frate, unico nel suo genere, sia un papa, unico finora a chiamarsi Francesco. La spiegazione che Francesco papa dà di questo rovesciamento prospettico della storia sta nel vincolo riformatore del concilio Vaticano II.

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel suo cuore”. Questo inizio della Costituzione pastorale conclusiva sulla Chiesa nel mondo contemporaneo del concilio Vaticano II è la chiave per capire quanto sta accadendo con il pontificato di Bergoglio-Francesco. Lui sta coprendo l’ultimo miglio per rendere effettiva la conversione delle comunità cristiane nel mondo al Vangelo che tiene in massima considerazione l’uomo in dialogo con Dio. Francesco sta adattando ogni espressione istituzionale della Chiesa a vivere in trasparenza e praticare il proemio della Costituzione Gaudium et spes. Creare un’armonia soddisfacente tra vecchio e nuovo non è semplice; nessuno può garantirne la riuscita. La porpora in primo piano nei giorni finali di agosto si può capire solo collegandola a una volontà caparbia di applicazione conciliare. E non è un caso che l’ultimo rimescolamento di carte, il più delicato, messo in cantiere da Francesco sia il modo partecipativo di vivere il sinodo della Chiesa a livello mondiale. Ripercorrendo le parole di Francesco nel concistoro, nella Perdonanza celestiniana, nel dibattito de collegio cardinalizio si è portati a convenire che tutto tiene nel disegno unitario di Francesco. Non c’è stato uno svolazzare alla moda delle porpore, ma un concentrarsi nel dovere di collocarsi nel mezzo della tempesta geopolitica in corso, che sta compromettendo la pace assicurata solamente da opere di giustizia. “Jemonnanzi!”, andiamo avanti, è stata la consegna del papa all’Aquila che tuttora si cura le ferite del sisma del 2009. “Ripartire” è la prima parola di consegna dinamica del papa ai cardinali nel mezzo di una guerra e nella prova stressante di una pandemia che ha segnato profondamente ritmi e riti dei cattolici. Secondo Francesco occorre “ripartire da questa celebrazione, e da questa convocazione cardinalizia, più capaci di “annunciare a tutti i popoli le meraviglie del Signore”. La seconda parola è lo stupore di fronte alla proposta di Cristo di associare apostoli e successori alla sua missione di annuncio dell’amore di Dio e del piano di salvezza rivolto a tutti e non soltanto a una élite. La terza parola è parente stretta dell’umiltà con cui chi ha ruoli di autorità e servizio deve imparare a convivere. Gli stessi cardinali sono stati quasi strattonati -– serenamente ma con un contenuto esigente – a vivere la porpora mescolata alla fatica quotidiana della gente. Si direbbe una porpora scomoda più che gratificante.

“Questa volta, a incantarci, – ha detto loro Francesco al termine dei lavori nella celebrazione finale con i 20 nuovi cardinali, sottolineando la responsabilità più che l’onore – non è il piano di salvezza in sé stesso, ma il fatto – ancora più sorprendente – che Dio ci coinvolge, in questo suo disegno: è la realtà della missione degli apostoli con Cristo risorto. In effetti, possiamo appena immaginare con quale stato d’animo gli «undici discepoli» ascoltarono quelle parole del Signore: «Andate […] fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro tutto ciò che vi ho comandato»; e poi la promessa finale che infonde speranza e consolazione – oggi [nella riunione del mattino] abbiamo parlato della speranza –: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Queste parole del Risorto hanno ancora la forza di far vibrare i nostri cuori, a duemila anni di distanza. Non finisce di stupirci l’insondabile decisione divina di evangelizzare il mondo a partire da quel misero gruppo di discepoli, i quali – come annota l’Evangelista – erano ancora dubbiosi. Ma, a ben vedere, non diversa è la meraviglia che ci prende se guardiamo a noi, riuniti qui oggi, ai quali il Signore ha ripetuto quelle stesse parole, quel medesimo invio! Ognuno di noi, e noi come comunità, come Collegio. Fratelli, questo stupore è una via di salvezza! Che Dio ce lo conservi sempre vivo, perché esso ci libera dalla tentazione di sentirci “all’altezza”, di sentirci “eminentissimi”, di nutrire la falsa sicurezza che oggi, in realtà, è diverso, non è più come agli inizi, oggi la Chiesa è grande, la Chiesa è solida, e noi siamo posti ai gradi eminenti della sua gerarchia – ci chiamano “eminenze” –… Sì, c’è del vero in questo, ma c’è anche tanto inganno, con cui il Menzognero di sempre cerca di mondanizzare i seguaci di Cristo e renderli innocui. Questa chiamata è sotto la tentazione della mondanità, che passo a passo ti toglie la forza, ti toglie la speranza; ti impedisce di vedere lo sguardo di Gesù che ci chiama per nome e ci invia. Questo è il tarlo della mondanità spirituale”. E un chiarimento utile di fronte alla tentazione molto comune negli attuali tempi burrascosi che possono trasformare i ministri sacri in motivo di scandalo come accade nel caso della pedofilia o il servizio in ruoli amministrativi come opportunità di carriera.

“Questo, cari fratelli e sorelle, è un ministro della Chiesa: uno che sa meravigliarsi davanti al disegno di Dio e che con questo spirito ama appassionatamente la Chiesa, pronto a servire la sua missione dove e come vuole lo Spirito Santo”. Vivere con il cuore in cielo ma con i piedi sulla terra insegnavano i santi. Francesco ha fatto sua questa regola. “Domani – ha detto ai pellegrini polacchi nell’udienza generale seguita ai giorni delle nuove porpore – ricorderete l’anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che ha segnato così dolorosamente la nazione polacca. E oggi stiamo vivendo la Terza. La memoria delle esperienze passate vi spinga a coltivare la pace in voi stessi, nelle famiglie, nella vita sociale e internazionale”. Parole dure sul commercio delle armi, sulla guerra e sul dovere di cercare la pace sono diventate un mantra nelle parole di Francesco e nei suoi gesti simbolici. Ai nuovi porporati Francesco ha parlato di un “fuoco di brace” che deve contraddistinguere le loro porpore, seguendo l’esempio di Gesù Cristo, “questo fuocherello” lo ha acceso sulla riva del lago mentre i discepoli tiravano la rete stracolma di pesci. “Il fuoco di brace – ha spiegato Bergoglio ai neo cardinali – è mite, nascosto, ma dura a lungo e serve per cucinare. E lì, sulla riva del lago, crea un ambiente familiare dove i discepoli gustano stupiti e commossi l’intimità con il loro Signore”. La porpora è una chiamata nuova di Cristo “a metterci dietro a Lui, a seguirlo sulla via della sua missione. Una missione di fuoco – come quella di Elia –, sia per quello che è venuto a fare sia per come lo ha fatto. E a noi, che nella Chiesa siamo stati presi tra il popolo per un ministero di speciale servizio, è come se Gesù consegnasse la fiaccola accesa, dicendo: Prendete, «come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Così il Signore vuole comunicarci il suo coraggio apostolico, il suo zelo per la salvezza di ogni essere umano, nessuno escluso. Vuole comunicarci la sua magnanimità, il suo amore senza limiti, senza riserve, senza condizioni, perché nel suo cuore brucia la misericordia del Padre. È quello che brucia nel cuore di Gesù: la misericordia del Padre. E dentro questo fuoco c’è anche la misteriosa tensione, propria della missione di Cristo, tra la fedeltà al suo popolo, alla terra delle promesse, a coloro che il Padre gli ha dato e, nello stesso tempo, l’apertura a tutti i popoli – quella tensione universale –, all’orizzonte del mondo, alle periferie ancora ignote”. Accanto a questo fuoco potente c’è l’altro fuoco raccomandato ai cardinali, quello di brace. “Anche questo il Signore vuole comunicarci, perché come Lui, con mitezza, con fedeltà, con vicinanza e tenerezza – questo è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza – possiamo far gustare a molti la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi”.

“Un Cardinale ama la Chiesa, sempre con il medesimo fuoco spirituale, sia trattando le grandi questioni sia occupandosi di quelle piccole; sia incontrando i grandi di questo mondo – deve farlo, tante volte –, sia i piccoli, che sono grandi davanti a Dio”. A sorpresa Francesco ha proposto a modello una figura di cardinale molto criticato a suo tempo, che segnò un modo nuovo di fare diplomazia nel tempo della guerra fredda costruendo ponti tra l’est e l’ovest. “Penso, ad esempio, al Cardinale Casaroli, giustamente celebre per il suo sguardo aperto ad assecondare, con dialogo sapiente e paziente, i nuovi orizzonti dell’Europa dopo la guerra fredda – e Dio non voglia che la miopia umana chiuda di nuovo quegli orizzonti che Lui ha aperto! Ma agli occhi di Dio hanno altrettanto valore le visite che regolarmente egli faceva ai giovani detenuti in un carcere minorile di Roma, dove era chiamato “Don Agostino”. Faceva la grande diplomazia – il martirio della pazienza, così era la sua vita – insieme alla visita settimanale a Casal del Marmo, con i giovani. E quanti esempi di questo tipo si potrebbero portare!”. È parso di capire che Francesco non ha parlato in solitario. I media vaticani hanno riferito della sostanziale adesione dei cardinali secondo cui con la Riforma della Curia romana Francesco ha aperto un processo che deve giungere a cerchi concentrici sino all’ultima diocesi del mondo. Nella riunione nell’aula nuova del sinodo con all’ordine del giorno una valutazione della Costituzione apostolica “Praedicate Evangelium” che sancisce la riforma e i criteri che l’hanno animata, hanno partecipato poco meno di 200 cardinali. Si sono alternati lavori in gruppi linguistici e dibattito in assemblea generale. Un metodo consolidato ormai anche nei lavori dei sinodi dei vescovi. Alcuni dei cardinali che hanno rilasciato dichiarazioni hanno puntato a comunicare il senso generale dell’incontro collegiale: smantellare il potere della burocrazia a tutti i livelli e tenere ben in evidenza l’ispirazione animatrice dell’azione pastorale e amministrativa della Chiesa: predicare il Vangelo, unica ragione di vita della Chiesa stessa. Unità quindi della grande maggioranza del collegio cardinalizio con papa Francesco e la sua lettura del futuro prossimo del mondo e della Chiesa.

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