Il 20 aprile 2026, la Sala del Papa di Palazzo Boncompagni, a Bologna, che cinque secoli fa era sede delle udienze papali, ha ospitato un dibattito di tutt’altra natura, eppure altrettanto impattante: il secondo degli incontri che affiancano la mostra di Michelangelo Pistoletto “Dalla città dell’arte allo stato dell’arte” ha riunito – grazie alla sensibilità dell’Ing. Paola Pizzighini Benelli – voci autorevoli del panorama accademico, artistico e istituzionale, italiano ed europeo, per discutere del rapporto tra intelligenza artificiale, etica e politica.
A moderare i lavori, la Prof. Francesca Lagioia dell’European University Institute di Firenze, che ha aperto con una domanda tanto semplice quanto dirompente: “che cosa accade all’etica e alla politica quando le relazioni non avvengono più in maniera diretta, tra gli individui, ma vengono mediate da sistemi di intelligenza artificiale?”.
Quando l’etica – come ci ricorda il recentissimo caso Anthropic–Ministero della difesa americano – sembra diventare un costo?
Il primo intervento è stato di Michelangelo Pistoletto, la cui opera campeggia al centro della sala: un grande tavolo specchiante, pontus del Mediterraneo, concepito non come confine ma come soglia, come spazio originario di incontro e di confronto.
Il Maestro non esita: l’intelligenza artificiale, per lui, è l’opera d’arte per eccellenza degli esseri umani, esattamente come lo è stata la prima impronta della mano sulla parete della caverna.
Quella era già intelligenza artificiale: una mano che corrisponde esattamente a quella della persona ma sopravvive ad essa.
L’immagine è potente e precisa: l’IA come mano impressa sulla roccia, rappresentazione dell’essere, ma non l’essere stesso.
Un’intuizione di ciò che può esistere tra il tangibile e l’intangibile.
“Siamo davanti a noi stessi tradotti in virtuale”, prosegue l’artista, “come rispecchiamento del reale”.
Ed è il concetto stesso di rispecchiamento (come quello di impronta) a far emergere la limitatezza dall’IA nella misura in cui le sue risposte arrivano dal passato e dal presente, vale a dire dai dati su cui è stata addestrata.
Cionondimeno la interroghiamo come un oracolo: questo comporterà un mutamento nel modo di pensare?
Amplierà le nostre possibilità o ci porterà – ecco l’interrogativo costantemente presente attorno al tavolo, insieme agli illustri relatori – ad abdicare alla nostra capacità critica di coltivare il dubbio?
Il filosofo della tecnica Francesco Monico, per rispondere a questo interrogativo ha introdotto uno dei concetti chiave del pomeriggio: la “società della delega”.
Deleghiamo memoria, scelte, decisioni a sistemi di IA, esattamente come, secoli fa, abbiamo delegato una parte del nostro pensiero all’alfabeto fonetico.
La tecnologia, argomenta Monico, procede inesorabilmente verso la convergenza, togliendo spazio alla “carnalità dell’umanità” – l’imprevedibile, l’errore, la follia creativa che Platone chiamava mania – e conducendo verso una nuova condizione umana: la “sinterità”.
Termine da lui coniato per indicare il momento in cui il singolo incontra l’intero, la totalità dei pensieri umani che, attraverso l’internet of things, confluiscono nei grandi database, nei supercomputer, producendo una retorica globale.
Ed è attraverso la sollecitazione di un racconto di Godwin “Le fredde equazioni” , che la Prof. Rita Cucchiara, Rettrice dell’Università di Modena e Reggio Emilia e tra le principali esperte italiane di computer vision e IA, ha portato la voce della tecnica, declinandola in modo inatteso.
Le equazioni che governano i sistemi di IA non sono fredde, ci tiene a precisare: sono “calde”, capaci di rappresentare obiettivi, di orientare sistemi complessi verso fini.
È questa la bellezza matematica dei modelli neurali, che consentono di vedere nell’IA potenzialità incredibili: creare nuove molecole di farmaci, riconoscere meglio e prima determinate tipologie di tumori.
Incredibili sono però anche i pericoli.
Cucchiara non evita, infatti, i nodi critici.
Primo tra tutti: i dati.
Nell’ultimo anno e mezzo, i dati generati da sistemi artificiali hanno superato quelli generati dagli esseri umani: il 63% dei contenuti presenti sul web è già stato modificato o prodotto dall’IA.
Ma i sistemi di IA non discernono tra dati buoni e dati cattivi: raccolgono tutto, compresi materiali abusivi, bias sistematici, narrazioni distorte.
Non solo: questi sistemi imparano dagli esseri umani.
E il nostro modo di pensare – europeo, mediterraneo – è ancora una frazione minoritaria dei dati su cui vengono addestrati.
L’esempio che colpisce di più è personale: la Magnifica Rettrice racconta di aver chiesto a un sistema di IA di tradurre e sintetizzare in italiano alcune sue slides sulla geopolitica dell’IA.
Il sistema ha omesso una parte in cui si parlava della fine dell’egemonia americana e, a fronte di apposita domanda in tal senso, l’ha sostituita con frames narrativi anglocentrati.
Non per malevolenza, ma per statistica: i dati di addestramento parlano americano.
La lezione, per Cucchiara, è operativa: occorre saper formulare le domande giuste, dichiarare esplicitamente il punto di vista da cui si vuole una risposta, esercitare un pensiero critico attivo nell’uso quotidiano di questi strumenti.
Ha colto appieno tali profili Padre Antonio Spadaro il quale – reduce da un convegno organizzato dalla Georgetown University sul tema Cina e IA – ha offerto al tavolo una prospettiva che disorienterebbe chiunque si attendesse una posizione difensiva della tradizione: non esiste l’intelligenza artificiale, ma esistono le intelligenze artificiali, proprio perché dietro ogni sistema di IA ci sono un modo di pensare e una visione della realtà e dell’etica differenti.
Ciò che noi chiamiamo IA, argomenta Spadaro, è in larga misura la proiezione globale di una visione occidentale.
Il punto di scarto filosofico è sulla creatività: la tradizione occidentale la intende come creatio ex nihilo, frutto di un genio assoluto.
Quella taoista, al contrario, non crede che ci sia un nulla (precedente), ma un flusso di energia in continua trasformazione, per cui l’arte, come le macchine, funziona bene quando si accorda a quel flusso.
Due ontologie diverse producono due IA diverse.
E, allora, è vero che anche quando parliamo di tecnologia viene in considerazione la spiritualità, perché la tecnologia risponde a bisogni (spirituali) che l’uomo ha sempre avuto.
E lo aveva già colto, oltre sessant’anni fa, Papa Paolo VI, affermando che “il cervello meccanico viene in aiuto al cervello spirituale; e quanto più questo si esprime nel linguaggio suo proprio, ch’è il pensiero, quello sembra godere d’essere alle sue dipendenze” e proseguendo: “non è cotesto sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali, che è nobilitato e innalzato a un servizio, che tocca il sacro?”.
Francesco Ubertini, ordinario di Meccanica dei Solidi e presidente di Cineca, ha portato il dibattito dal piano del software a quello delle infrastrutture, senza però obliterare che i sistemi di IA, anche considerata la natura probabilistica che li connota, riflettono le differenze esclusivamente nella misura in cui tali differenze sono nei dati, a prescindere da chi ha i supercomputer.
E se coloro che governano l’IA hanno il potere di eliminare dati scomodi, di spegnerla e, più in generale, di indirizzarne i risultati, l’unica via per garantire che l’IA rifletta la diversità del reale è che vi sia una pluralità di sistemi di IA e, a monte, una pluralità di infrastrutture.
L’Europa ha scelto una strada specifica: l’investimento pubblico in infrastrutture – i supercomputer di Bologna ne sono l’esempio più avanzato a livello continentale – da mettere a disposizione di tutta la comunità di ricerca, gratuitamente.
Una logica ibrida, né americana (grandi piattaforme private) né cinese (infrastruttura di Stato per fini di Stato), ma orientata alla pluralità e all’apertura.
Ubertini è stato esplicito: chi sostiene che l’Europa non può competere usa un alibi.
Le infrastrutture ci sono.
Ciò che manca sono massa critica – ricercatori, imprese e istituzioni che lavorino insieme, in modo coordinato – e velocità: la catena del valore dell’IA è lunga (energia, hardware, dati, modelli, deployment) e su ogni anello l’Europa ha lavoro da fare.
Ma il punto di partenza – fisico, intellettuale, istituzionale – c’è.
Rita Cucchiara ha aggiunto un dato tecnico cruciale: i modelli attuali non sono energeticamente sostenibili.
Amazon ha già costruito la prima centrale nucleare dedicata all’alimentazione dei data center IA.
In tutto il mondo si cercano architetture alternative, più efficienti.
E in questo momento di transizione – in cui i modelli linguistici potrebbero non essere la soluzione finale – c’è uno spazio enorme per la ricerca europea.
Si tratta di una sfida.
Una sfida che il diritto può aiutare a vincere.
Come ha detto Luigi Balestra, Presidente dell’Osservatorio Riparte l’Italia, il diritto – lungi dal fungere da freno all’innovazione – assume il ruolo di discernere tra terreno fertile e terreno paludoso, nel quale il rischio si annida.
E il pericolo maggiore, da scongiurare, stando ad un recente studio di Steven Shaw e Gideon Nave – ricercatori della Wharton School dell’Università della Pennsylvania – è la c.d. resa cognitiva, vale a dire il rischio che si assista ad una ricezione acritica dell’output fornito dall’IA, che il pensiero possa abbandonarsi rispetto alle risultanze di quest’ultima.
Il rischio non è che le macchine siano intelligenti, ma che noi smettiamo di esserlo e diventiamo dipendenti.
Ciò che è allarmante per i giovani: quale intelligenza, quale capacità di comprensione potranno maturare, nella delicata fase della formazione, del traghettamento verso l’età adulta, rispetto ad una fenomenologia complessa, in cui si è chiamati ad un continuo e costante contemperamento tra opposti interessi ed istanze?
In questa prospettiva, è stato citato un recente accordo tra la Luiss Guido Carli e Google, vòlto alla creazione di una piattaforma interna, alimentata da dati non ostensibili all’esterno, che aiuta e supporta gli studenti nel pervenire alla soluzione, ma non fornisce la soluzione.
Soluzione che deve provenire dall’essere umano.
Davanti ad una situazione in cui le c.d. allucinazioni – l’erroneità dei risultati forniti dall’IA – sono tutt’altro che rare, ha iniziato a farsi strada – con il Reg. UE 2024/1689 e la l. n. 132/2025 – una regolamentazione che sancisce un principio chiaro: i sistemi di intelligenza artificiale non possono mai soppiantare l’autonomia e il potere decisionale dell’essere umano.
Per venire alle professioni intellettuali, in particolare, l’IA deve rimanere strumento di supporto, ma non può assumere un ruolo sostitutivo, giacché l’attività intellettuale (umana) rimane essenziale.
Il filo che attraversa tutta la serata si riannoda qui: se l’IA è addestrata sul passato, che ne è della creatività?
Padre Spadaro cita Emily Dickinson: “I dwell in possibility”.
Abito la possibilità, non la probabilità.
Se il creativo vive nel possibile, che è più ampio del probabile, l’IA – navigando nel probabile – può essere uno strumento eccezionale, ma non può sostituire la tensione (tutta umana) verso l’inedito.








