Tra gli addetti ai lavori la preoccupazione circola da mesi, ma è diventata di dominio pubblico ora che gli obiettivi del Recovery plan vanno messi in cantiere.
Le materie prime (commodities), comprese quelle per la transizione ecologica e digitale, stanno diventando di difficile approvvigionamento per l’impennata dei prezzi seguita al blocco produttivo della pandemia. Secondo alcuni esperti, quella in atto sarebbe una “bolla speculativa” di contenuta durata, dovuta all’improvvisa ripresa della domanda globale che poi si assesterà.
Secondo altri, invece, il fenomeno potrebbe prolungarsi nel tempo, fino a compromettere il sistema produttivo ed economico. Anche perché, in diversi casi, in ballo non ci sono solo i rincari ma la stessa reperibilità della materie. Secondo la Commissione europea, le commodities difficili da trovare sono una trentina, tra le quali spiccano il litio, il cobalto e le “terre rare”, essenziali per i traguardi ecologici (batterie di veicoli elettrici, stoccaggio dell’energia, tecnologie digitali e altre) che l’Ue si è prefissata entro il 2050.
Le previsioni non sono brillanti, ma già nel presente, con l’aumento dei prezzi, la situazione appare critica. In Europa, a risentire del problema sono Francia, Germania, Regno Unito e Italia, dove diverse associazioni di categoria, dall’edilizia all’artigianato, fino all’agricoltura, suonano il campanello d’allarme. Basta dare un’occhiata ai listini. Tra novembre 2020 e febbraio 2021, il ferro e l’acciaio per cemento armato sono aumentati del 117%, il rame del 17%, il petrolio e derivati del 34%.
Secondo l’Ocse, la dinamica dei materiali da costruzione sarebbe stata innescata dalla Cina, che rappresenta oltre il 50% del consumo mondiale di acciaio e che, con la ripresa della domanda post pandemia, ha causato un effetto al rialzo su tutta la filiera dell’acciaio. I rincari sono da capogiro anche per le materie prime strettamente collegate alla green e digital economy: stagno (133%), rodio (447%), neodimio (74%), nichel (51%) e zinco (51%) solo per citarne alcuni.
Il problema aggiuntivo è che in Europa non esistono sufficienti attività di riciclo per i metalli pregiati, e che mancano politiche estere e industriali comunitarie per ottenere concessioni o accordi con i Paesi esportatori. Per ragioni diverse, il rialzo dei prezzi non risparmia neppure il settore alimentare che, secondo l’Indice Fao, su scala mondiale ha raggiunto il livello massimo da dieci anni a questa parte. A maggio scorso, rispetto allo stesso mese del 2011, l’Indice è salito del 39,7%: nello specifico, i cereali sono aumentati del 36,6%, i prodotti lattiero-caseari del 28%, la carne del 10%. Un fenomeno accelerato dalla pandemia, che ha spinto i singoli Stati alla corsa ai beni alimentari essenziali.








