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[L’analisi] Da vagoncino di coda a locomotiva d’Europa. Ecco i numeri della ripresa economica dell’Italia

Da vagoncino di coda a locomotiva d’Europa. È questa la grande trasformazione dell’economia italiana che esce dalla pandemia ad una velocità sensibilmente maggiore rispetto alla maggior parte delle economie avanzate. Un successo che riporta l’orologio dell’economia agli anni 60. Il risultato viene sancito dalla promozione da parte delle agenzie di rating e l’Economist, mai tenero con noi, che dichiara l’Italia “Paese dell’anno”.

Chi l’avrebbe mai detto appena dodici mesi fa? I numeri della ripresa sono strabilianti. Le previsioni dei centri studi più accreditati indicano una crescita del Pil intorno al 6,3% più di tutti nell’Eurozona e più in alto anche degli Stati Uniti. Ma non solo aridi numeri a indicare il cambio di scena.

La cancelliera Merkel dichiara che si sentirebbe più sicura se fosse dalla nostra parte del Brennero. Il presidente Macron viene a Roma per proponendo di fare riunioni con ministri francesi e Italiani. Siamo proprio in un anno magico. Un Pil al 6,3% non si improvvisa in pochi mesi, un sistema sanitario non si attiva solo con qualche circolare e un generale in uniforme non può inventarsi una LOGISTICA territoriale. C’è forse dell’altro.

Il Paese era meno disastrato di quanto le statistiche ci dicevano. le filiere dell’export erano già attive e oliate, i distretti industriali funzionavano già da prima, la produttività non era scadente. E ancora, sul turismo, per esempio, forse ci abbiamo guadagnato a tenere nei confini nazionali i nostri concittadini più spendaccioni dei rigorosi turisti del nord Europa che non sono potuti venire. Un rimbalzo economico oltre le aspettative, che tuttavia potrebbe conoscere un rallentamento, visti i rischi connessi alla quarta ondata del virus.

Proprio oggi Confcommercio ha lanciato il grido d’allarme sul crollo del turismo. Mancheranno nel 2021 all’appello 60 milioni di arrivi e 120 milioni di presenze rispetto al 2019 e 13 milioni di viaggi degli italiani all’estero. Fra Natale e l’Epifania sono già state cancellate cinque milioni di partenze su 25 milioni.

Non meno grave è la minaccia legata al rialzo dei prezzi dell’energia che porteranno probabilmente ad una decelerazione del Pil al 4,6% nel 2022 e al 2,6% nel 2023. Si tratta comunque di un quadro più roseo rispetto alle previsioni di crescita degli Stati Uniti che dovrebbero fare registrare un +5,6% (a fronte del +6% calcolato in precedenza) e di tutti i Paesi dell’Eurozona che si attestano su una media del +5,2% quest’anno, +4,3% nel 2022 e +2,5% nel 2023. 

Segnali incoraggianti per l’Italia che nonostante il tonfo del -9% del Pil registrato nell’anno della pandemia, decisamente superiore al -3,4% globale e al -6,5% dell’area euro, può ambire a recuperare il divario con gli altri grandi d’Europa come Francia e Germania.

Tutto dipenderà dall’attuazione del Pnrr con le riforme strutturali per digitalizzare e semplificare la giustizia, aumentare la concorrenza, soprattutto nei servizi, e il miglioramento dell’efficacia della pubblica amministrazione, tutti obiettivi “cruciali” per l’Italia, insieme alla riforma fiscale per ridurre il cuneo e la complessità delle imposte sul lavoro. La crescita dell’economia è dovuta principalmente agli stimoli del governo messi in campo per contrastare la crisi innescata dalla pandemia.

La ripresa – però è stata accompagnata da un’impennata dell’inflazione che, se sarà persistente, rischia di causare una recessione nel 2023 o nel 2024. Il caro prezzi, accentuato dalle strozzature alle catene di approvvigionamento, è oramai diffuso a livello globale e sta accelerando in tutto il mondo.

Un fattore che sembra aumentare l’inflazione salariale mondiale – sottolineano gli esperti – è una contrazione dell’offerta di lavoro durante la pandemia, poiché molti lavoratori più anziani hanno deciso di andare in pensione. Un contesto generale che sta spingendo le banche centrali ad accantonare il concetto di “inflazione temporanea” e accelerare il ritiro degli stimoli.

L’ottimismo però in questo fine anno prevale. Investimenti privati e domanda interna sono confermati al traino, mentre l’attuazione delle riforme e gli incentivi agli investimenti sostengono la fiducia. Resta l’incognita Covid a fare da spada di Damocle per la ripresa non solo italiana ma globale. Omicron potrebbe rappresentare una minaccia per la ripresa.

Tuttavia mentre il sipario del 2021 non si è ancora chiuso, c’è chi intravede un risultato ancora migliore: “Il Pil italiano potrebbe arrivare nel 2021 al +6,5%. Basterebbe che la crescita del quarto trimestre dell’anno fosse di poco superiore all’1%”, ipotizza Marco Fortis, docente di Economia Industriale all’Università Cattolica di Milano.

Per Fortis “l’Italia da Cenerentola è diventata la prima della classe”. E si rivela determinante, spiega, l’apporto delle Pmi manifatturiere, con un balzo a 68,2 punti a novembre: “Mentre quasi tutti gli altri Paesi subiscono un rallentamento del settore industriale, soprattutto per le carenze delle forniture internazionali, l’industria italiana si consolida per il rafforzamento degli ultimi 3-4 anni grazie a Industria 4.0 di cui oggi raccogliamo i frutti. Molto probabilmente, saremo in grado di proseguire nella crescita anche nel quarto trimestre”.

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