A partire dal 5 gennaio entrerà in vigore la nuova direttiva Ue sulla «rendicontazione di sostenibilità». Gradualmente, a partire dai bilanci per l’esercizio 2024, tutte le società europee che superino almeno due di tre soglie dimensionali (ovvero: (i) 250 dipendenti, (ii) 40 milioni di Euro di fatturato e (iii) 20 milioni di Euro di attivo – da sole, o su base consolidata di gruppo), più tutte le società quotate (nell’insieme, circa 50 000) saranno tenute a pubblicare ogni anno – accanto al solito bilancio finanziario – anche un bilancio che guardi ai loro impatti su ambiente e diritti dell’uomo. Entra così nel vivo la rivoluzione societaria Esg.
Il bilancio annuale di sostenibilità dovrà illustrare: (1) opportunità e rischi per la società legati alla sfida di sostenibilità (primo fra tutti, il cambiamento climatico); (2) impatti negativi su clima, ambiente e diritti sociali della propria catena di valore (e i piani della società per porvi rimedio); (3) la maniera in cui rischi e impatti Esg vengono gestiti internamente (inclusi ruolo del cda e incentivi di remunerazione); (4) obiettivi Esg corredati delle relative scadenze temporali; e (5) (per le società più grandi) piani di net zero, per la riduzione delle emissioni di gas serra.
La direttiva dovrebbe applicarsi dal 2028 – su pressione dell’industria Ue – anche ai gruppi stranieri che realizzino in Europa fatturati superiori ai 150 milioni di euro. Con l’approvazione della Crrd (la Corporate Sustainability Reporting Directive), l’Europa si conferma all’elmo della rivoluzione regolamentare globale legata ai temi Esg. Dopo qualche esitazione gli altri Paesi tuttavia seguono. È di marzo, per esempio, la proposta della Sec americana. Le regole che entrerebbero in vigore negli Stati Uniti riguarderebbero le società quotate in Usa.
Differentemente da quanto succederà in Ue, tuttavia, il focus dei bilanci di sostenibilità americani si limiterà (per ora) agli aspetti legati al surriscaldamento globale (in sostanza: emissioni, ed esposizione della società e delle sue catene di approvvigionamento ai rischi climatici). I piani di net zero e altri obiettivi Esg saranno poi volontari, e non obbligatori. Simile approccio nel Regno Unito, dove la rendicontazione Esg riguarderà le società quotate già a partire dal 2022.
La Direttiva Ue è tuttavia solo un pezzo del puzzle. L’EU Green Deal (il quadro di riforme Esg pubblicato dalla Commissione nel 2019) prevede entro quest’anno l’ulteriore approvazione di una Corporate Sustainability Due Diligence Directive (Cs3d), che richiederebbe alle grandi società (ma si parla in questo caso di fatturati superiori ai 150 milioni di euro), e alle società con 40 milioni di fatturato operanti in settori considerati “a rischio” (quali metallurgia e estrazione mineraria, ma anche tessile e moda, food & beverage e agricoltura), di prevenire o porre rimedio alle esternalità negative delle proprie attività produttive, e dei propri prodotti e servizi. I
l quadro dunque, progressivamente, si complica. Palese l’intenzione dei regolatori Ue di sterzare fortemente l’economia europea nella direzione di una maggiore sostenibilità, e di reclutare l’industria nella lotta collettiva contro il cambiamento climatico. L’intenzione è di merito. Da capire se sia davvero questa la ricetta giusta.








