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Banca Intesa San Paolo in Ucraina resta aperta sotto le bombe. «Gesto di coraggio dei colleghi che vogliono resistere»

Pravex Bank rimane aperta, «per dimostrare che la vita mantiene una parvenza di “normalità”». Lo spiega Marco Elio Rottigni, responsabile divisione International Subsidiary Banks di Intesa. La banca, controllata dal gruppo italiano, è un piccolo istituto bancario in Ucraina, che 45 sportelli sparsi per il Paese e 780 dipendenti.

La resistenza della Pravex Bank

La verifica dei rischi avviene ogni giorno, perché lo scenario cambia continuamente, sulla base di piani di emergenza studiati da tempo e costantemente aggiornati: «Ieri erano aperte 12 filiali su 45, stamattina abbiamo aperto con 6 e poi se ne sono aggiunte altre 7 nel corso della giornata. Continuiamo ad operare nelle zone a non rischio, tendenzialmente quelle più a ovest, serva esserci per aiutare le persone che fuggono: una filiale aperta, un bancomat che funziona è qualcosa che serve alla gente ma c’è anche una partecipazione emotiva da parte dei colleghi», prosegue.    

I nodi che una banca in un’area di guerra affronta sono molto complessi, dagli attacchi hacker ai crimini fisici ma c’è da affrontare anche la protezione delle persone oltre che il mantenimento del servizio. «In alcune zone in aree critiche non possiamo aprire. La legge marziale richiama gli uomini dai 18 ai 60 anni: il fenomeno da noi è più limitato perché abbiamo il 75% di lavoratrici, un livello peraltro normale nelle banche del centro est Europa dove siamo presenti, dalla Slovacchia, dalla Romania all’Ungheria».    

Scappare dalla guerra

Proprio dai paesi confinanti Intesa Sanpaolo ha organizzato una rete per dipendenti e le famiglie che scelgono di lasciare il Paese: «Appena arrivano in Slovacchia, in Ungheria, Romania e Moldavia, le nostre banche presenti in quei paesi offrono immediata assistenza: li andiamo a prendere, diamo troviamo loro sistemazione e assistenza-base: abiti, carta di credito, sim card. A causa della legge marziali sono donne, bambini e anziani, finora 35 persone, 12 nuclei familiari, c’era anche un gatto. Ma non sappiamo quale sarà il flusso. Più della metà dei dipendenti sta a Kiev sotto le bombe».

«I tre manager italiani e le loro famiglie, a cominciare dal ceo Stefano Burani, sono rientrati un mese fa in Italia. Noi staremo aperti fino all’ultimo collega che decide di attraversare il confine» conclude. «Daremo sostegno ai nostri colleghi con anticipazioni retributive ed erogazioni straordinarie. Stiamo chiedendo a clienti e a colleghi di sostenere le attività di solidarietà della banca, che sta sostenendo varie Ong in Ucraina».  

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