[L’analisi esclusiva] Il discorso cristiano del Draghi banchiere: quando affermò il primato dell’etica e dell’uomo sull’economia

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“Il primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come Presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti. Ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno”. Sono le prime parole di Mario Draghi  al Senato dopo i giorni di riserbo e di ascolto per formare il nuovo Governo  sulla linea tracciata dal presidente della Repubblica.

Due parole scelte a significare lo spirito e lo stile del suo governo. Responsabilità e doveri poste all’inizio di un percorso per nulla agevole sono parole rivelatrici di una ricostruzione non effimera del Paese costretto a un risveglio brusco per non sprecare l’ultima chiamata a un appuntamento con una storia rigenerata. Parole di verità, le più serie e necessarie per partire con il piede giusto e indicare l’affidabilità di chi propone e la presa di coscienza necessaria richiesta ai cittadini con le sue rappresentanze partitiche e sociali.

Torna alla mente un analogo appello di Aldo Moro in una svolta politica dirimente, spiegata alla classe politica in confusione.

Nel suo ultimo intervento alla Camera del 28 febbraio 1978, due settimane prima del suo rapimento, evocò in termini simili due condizioni previe alla riuscita del nuovo corso per la Repubblica: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo, e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi noi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità”.

Nel suo primo discorso al Senato Draghi ha anteposto ai miopi interessi di parte il bene della Repubblica, il bene comune al quale ciascuno è chiamato a cooperare: “Questo Paese – chiosò Moro – non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere“. Responsabilità e doveri senza negare i diritti ma per garantirli nel tempo. Nessun governo può salvare un Paese se i cittadini, presa coscienza della posta in palio, non rispondono con responsabilità.

Draghi nella recente pubblicistica è parso un predestinato, accolto quasi da un tifo da stadio.

Forse con ingannevoli consensi ci si attende da lui un miracolo in Italia e in Europa. In seguito forse l’attesa da parte di quella politica alimentata da opportunismo, si muterà in pretesa che, in assenza di risultati, si trasformerà in rifiuto e rimozione. Non ci sono pifferi di sorta, tuttavia, che possano incantarlo.

E’ abituato a decidere in materia scottante quale l’economia, mettendoci la faccia così da poter esigere analogo impegno alle forze politiche che non sempre sono state all’altezza di una politica alta di cui l’Italia, ormai da decenni, ha disperato bisogno.

Draghi assicura la sua parte per il bene comune. Con parole misurate e intelligenza riflessiva come si conviene a una persona formata in una delle più importanti scuole dei gesuiti in Italia. Ossia con eccellenti insegnanti e su basi culturali robuste, razionali, affidabili; aperta al dialogo e alla trascendenza; dove nessuno si nasconde dietro altri e, una volta completato il discernimento sulla vocazione personale, ognuno cerca di realizzarla in una prospettiva di servizio agli altri anziché del proprio vantaggio.

Questo costume etico e intellettuale rigoroso, aperto all’ascolto e riflessivo, ha creato intorno a Draghi quasi un alone leggendario da “Supermario”.

E si ricama intorno a lui fino a immaginarlo l’uomo dal passo felpato, con una invisibile bacchetta magica per risolvere con arcani poteri qualsiasi difficoltà.

In realtà è persona molto più semplice, pragmatica e realista. Alle chiacchiere preferisce il  cimentarsi con i problemi veri e risolverli. Uno convinto che in economia non tutte le ricette siano zuccherini, e altrettanto convinto che le medicine amare siano le uniche per guarire gravi mali degenerati. L’uomo gli sta a cuore più che le ricette di qualsiasi scuola economica e quando l’uomo soffre cerca di trovare vie di guarigione o almeno una cura palliativa. Parafrasando un’immagine di Wojtyla sull’uomo via della Chiesa, si potrebbe dire che per Draghi l’uomo è la via dell’economia. Una via davvero per tanti esosa, ma solo accettandone la sfida si può restituire dignità e giustizia alla maggioranza dell’umanità costituita  da poveri e sofferenti.

Ora, giunto come un predestinato a Palazzo Chigi, si discute animatamente su chi sia veramente Mario Draghi e anche il mondo cattolico non esprime un giudizio omogeneo.

Lo confermano due recenti interviste di Famiglia Cristiana a Stefano Zamagni e a Luigino Bruni. Entrambi esperti e docenti di economia. Zamagni teorico e promotore del Terzo Settore, presiede attualmente la Pontificia Accademia di Scienze Sociali. Ha collaborato alla  stesura dell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI e ha proposto Draghi a membro della Pontificia Accademia che presiede.

Luigino Bruni è uomo di punta di quell’Economia di Comunione inventata da Chiara Lubich fondatrice del Movimento dei Focolari e confluita con evidenza nell’economia di Francesco. Bruni è stato il coordinatore del primo incontro internazionale ad Assisi dell’Economy of Francesco. Insomma due pezzi da novanta della dottrina sociale della Chiesa.

“Io – ha risposto Bruni alle domande di Famiglia Cristiana, dicendosi sorpreso dell’esultanza di tanti cattolici per il Governo Draghi- aspetterei a beatificare Draghi prima di vederlo all’opera. Su quali basi possiamo dire che da un premier con questa formazione, con questa mentalità finanziaria, arriveranno attenzione ai corpi intermedi e  vantaggi per le fasce sociali più deboli? Non abbiamo nessun elemento serio per pensare ora che Draghi sarà più sensibile al terzo settore, alla sussidiarietà e alla tradizione della Dottrina sociale della Chiesa di quanto non lo sia stato Conte o i suoi predecessori”.

La verità è che “il nostro eroe non ha mai scritto nulla sul pensiero economico cristiano… ha sempre scritto e operato in materia monetaria e finanziaria, è un grande banchiere di vaglia internazionale, sul resto sappiamo poco o nulla…”.

“Se pensi a Draghi non ti viene in mente il pensiero cattolico applicato all’economia ma il suo ruolo di grand commis, di tecnico della finanza, di economista serio e preparato di fama internazionale, di banchiere. Tutte grandi cose, ma che non ci fanno automaticamente pensare a un economista di formazione cattolica”. Vediamo “di farlo lavorare, attendiamolo alla prova dei fatti con attenzione, stima e fiducia. Uno delle prime prove sarà la fine di marzo, quando scadrà il blocco dei licenziamenti… Io sono ottimista. Ma non diamo premi prima dell’inizio della gara”.

Chi invece dà credito immediato a Draghi, definendolo un cattolico serio, è Zamagni che lo conosce da 35 anni. Sintetizza: “In economia Draghi la pensa come il Papa. O quasi”.

E puntualizza  di aver proposto la sua nomina a membro della Pontificia Accademia “perché è molto preparato, competente e onesto intellettualmente. Ha una visione dell’economia di mercato che non è esattamente quella che è favorita da papa Francesco, ma è analoga nei suoi obiettivi e nelle sue linee guida”.

Differenti possono essere gli strumenti, non i fini, “ma si tratta di differenze minime, forse lui è più favorevole al libero mercato, è meno propenso a correttivi e limitazioni, e non potrebbe essere diversamente essendo un uomo della finanza. Certo gli strumenti che predilige non sono quelli del Conte giallo-verde o del Conte-giallo-rosso”.

La fine di marzo porterà chiarezza.

Il blocco dei licenziamenti “non verrà prorogato e molte aziende dovranno chiudere e molta gente rimarrà senza lavoro. Ma non per colpa degli astri, della pandemia o di Draghi, ma perché i loro managers non hanno capito che andavano posti dei rimedi ben prima della pandemia. Ecco allora il vero punto interrogativo: i partiti che fino a ora hanno implementato politiche di tipo assistenzialistico come i Cinque Stelle o come la Lega con la quota 100 continueranno a sostenere Draghi? Idem per il Pd. I partiti hanno continuato a dare aspirina a un paziente che doveva essere operato”.

Ganfranco Brunelli  altro intellettuale che dirige la rivista cattolica progressista Il Regno ascrive l’arrivo di Draghi alla crisi grave dei partiti incapaci di trovare soluzioni adeguate alla crisi presente. Solo a quel punto Mattarella “ha messo in campo l’uomo simbolo dell’Italia e dell’Europa: Mario Draghi. L’uomo che dai vertici della Banca centrale europea aveva salvato nella crisi economico-finanziaria precedente l’euro, l’Europa e l’Italia. Oltre Draghi c’erano solo le elezioni, che nessuno dei parlamentari voleva”. Pure Brunelli da credito a Draghi ma attende di verificarne tenuta e capacità del governo.

Pieno sostegno anche dalla rivista “Vita” di area ciellina secondo la quale Draghi ha una visione dell’economia ispirata alla dottrina sociale della Chiesa e la prima qualità cattolica della visione economica di Draghi sarebbe il realismo.

Credito e sostegno aperto e convinto nei confronti di Draghi e delle sue prime mosse da parte del gesuita Antonio Spadaro direttore della prestigiosa rivista La Civiltà Cattolica che ormai conta un’edizione perfino in cinese.

A proposito del cambiamento di paradigma dell’economia in atto, l’ultimo numero della rivista propone tre ambiti su cui portare un contributo: sussidiarietà economica, benessere per tutti, fare impresa per il bene comune. Punti cardini della dottrina sociale della Chiesa cui Draghi, per sua formazione, non potrà sorvolare.

Per capire davvero il Draghi-pensiero è utile ascoltare tutte le voci e specialmente lui stesso così parco di esternazioni.

A proposito della sua visione cristiana, perciò umanistica dell’economia, c’è un articolo dirimente comparso in esclusiva su  L’Osservatore Romano del 9 luglio 2009. E’ il commento, imprevisto ma pertinente, all’enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in veritate pubblicata da pochi giorni in cui accanto alle classiche teorie economiche appare la teoria del “dono”.

Era la prima in assoluto di un presidente della Banca d’Italia su L’Osservatore Romano e tale finora è rimasta. Il titolo “Non c’è vero sviluppo senza etica” riassume un convincimento dell’autore.

Può sorprendere che Draghi, senza essere mai stato tra i banchieri di Dio, sensibili però alla corruzione, si è fatto guidare da questo convincimento che richiede integrità.

E forse lo ha salvato da derive tanto diffuse in ambito economico.

L’articolo sull’Osservatore apparve anche nel clima della prima crisi finanziaria americana divenuta mondiale a motivo dell’interdipendenza economica.

Andrebbe riletto con attenzione ricavandone motivi di un’economia a servizio della persona e non del capitale. Può sembrare un paradosso incredibile parlando di Draghi, ma non troppo se si considera la sua sincera adesione alla dottrina sociale della Chiesa.

“L’interdipendenza  mondiale  – si legge in uno dei passaggi significativi – esige  urgentemente  una  riforma  dell’architettura  finanziaria  internazionale,  finalizzata  a  un  miglior  funzionamento  dei  mercati. 

In  questo  senso  vanno  le  proposte  volte  a  garantire  una  maggiore  trasparenza dei bilanci delle società,  a indurre gli operatori a una maggiore sobrietà  nell’accumulazione  del  debito,  a  una  maggiore  consapevolezza  dei    rischi  insiti  nel  perseguimento  del  profitto  e  più  generalmente  dell’accettabilità  sociale  di  certi  comportamenti. Ma  al  tempo  stesso  questi  sono  obiettivi  indissolubilmente  connessi  con  il  profilo  etico, perché volti in ultima  analisi  alla  protezione  dei  più  deboli”.  

E in altro passo si afferma: “Uno  sviluppo  di  lungo  periodo  non  è  possibile  senza l’etica.  Questa  è  una  implicazione  fondamentale,  per  l’economista,  dell’amore  nella  verità  – caritas  in  veritate – di cui scrive il Papa nella sua enciclica. Per riprendere la via dello sviluppo occorre  creare  le  condizioni  affinché  le  aspettative  generali, quelle  che  Keynes  chiamava  di  lungo  periodo,  tornino  favorevoli.  E’  necessario  ricostituire  la  fiducia  delle  imprese,  delle  famiglie,  dei  cittadini,  delle  persone nella  capacità  di  crescita  stabile  delle  economie.  A    lungo  andare  questa  fiducia  non può  essere  disgiunta  da  una  istanza  morale,  dalla  speranza  profonda,  nelle  parole  di  Giovanni  Paolo  II,  alla  vigilia  del  terzo  millennio,  di  “creare  un  modello  di  economia  a  servizio  di  ogni  persona”.

Non potrebbe essere questo il Draghi profondo? Il Draghi che manifesta la sua fede sapendo offrire una finanza al servizio dell’architettura umanista della società, un’economia che renda possibile la giustizia e la solidarietà?

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