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La strada buia della crescita dei giovani e l’essenza dell’insegnamento | L’intervento di Elena Ugolini

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Dopo la Lettera della prof Chiara Mocchi penso che nessuno potrà più dire che l’insegnamento è un mestiere come un altro in cui basta sapere contenuti ed imparare delle tecniche per gestire le classi.

In poche righe ci ha fatto vedere qual è il cuore della scuola: un amore nei confronti dei propri studenti che viene prima di ogni possibile loro risposta, il senso di impotenza assoluta davanti al mistero del loro essere e della loro libertà.

Nessuno entrando in classe sa a priori che risposta avrà dai propri studenti ed è questa dimensione del “dono di sé” che non potrà mai essere ricompensato da nessuno stipendio (lo aveva detto in una lezione magistrale Marcel Hénaff a Roma il 18 ottobre del 2007, in un convegno scuola della Cisl).

Nel caso della prof. Mocchi ci troviamo davanti ad un esempio di gratuità e dedizione capace di reggere anche davanti ad un gesto assolutamente imprevedibile, drammatico, tragico, assurdo: essere accoltellata da un proprio alunno di 13 anni.

Quando dice: “questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché.

Come non lo sapranno i suoi genitori”, quando scrive questo nell’epoca delle denunce e della ricerca accanita del colpevole, apre una strada nuova, la possibilità di un bene assoluto.

Assoluto nel senso letterale del termine: senza condizioni.

È impressionante pensare che detta queste cose appena le esce un filo di voce, appena esce dal rischio di morire dissanguata, prima ancora di leggere la lettera con cui il suo alunno racconta i suoi “perché”.

Che distanza a volte si crea fra quello che noi vediamo e quello che vedono e vivono i nostri studenti, i nostri figli!

È importante leggere in controluce le due lettere per capirlo.

Le parole della prof anticipano e danno una strada di speranza al lucido “smarrimento” del suo alunno, alle sue accuse, al suo grido di aiuto mascherato da ragioni costruite sulle sabbie mobili delle sue difficoltà.

Lo si vede dalla sicurezza delle sue affermazioni.

Chissà che cosa avrà provato dentro di sé, chissà che cosa avrà visto per programmare un gesto del genere, chissà chi avrà preso ad esempio per decidere di filmare un atto come questo, chissà a chi si è affidato per avere nel cuore un risentimento così grande!

Solo ieri un giovane amico mi raccontava della serie “Adolescence” che esplora il dramma di un tredicenne accusato di omicidio.

Ogni puntata è un piano sequenza che amplifica la tensione e l’immersione emotiva.

Affronta il lato “oscuro” dell’adolescenza, l’impatto dei social media, la misoginia e l’incomunicabilità tra genitori e figli.

A nessuno è dato di sapere che cosa c’è veramente dietro le sue parole: “Non è solo un atto di vendetta” – scrive – “è un modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile.

Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose.

Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, sono qualcosa che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo della vendetta, punire chi mi ha fatto del male…

Se qualcuno mi dice di non fare qualcosa, il più delle volte mi sento ancora più incline a farlo….

La mia vita è dettata da adulti a cui non importa di me….

Quando la sua prof, gli dice: “non facciamoci vincere dal buio.. sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti”, gli apre una strada di bene, tesse uno di quei fili capaci di “ricucire l’anima”.

Non c’è nessuna ricetta da imparare, ma l’urgenza di trovare un terreno solido su cui poggiare per essere pronti a reggere ogni sfida, anche una impensabile come questa.

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