Stiamo assistendo a una vera emorragia demografica: ci sono 3 persone attive ogni over 65. L’Italia rischia di far flettere il prodotto interno lordo del 13% entro il 2040. E nel 2050 la proiezione è circa di 1 a 1 in vaste aree del Sud, ossia, un solo lavoratore dove oggi sono tre. Ci mancheranno sette milioni di adulti in età lavorativa.
Come tornare un Paese per giovani? Paradossalmente, puntando sugli adulti, che sono i veri assenti del dibattito pubblico, monopolizzato dallo scontro sulle pensioni, da una parte, e la retorica sui giovani che se ne vanno, dall’altra. Ma abbiamo il coraggio di dire che all’estero smettono di chiamarli «giovani» e lasciano loro spazio d’essere maturi? Perché un Paese che rimuove gli adulti toglie la possibilità di diventare (a loro volta) grandi, «hic et nunc», «qui e ora».
«Nel mezzo del cammin» non c’è nessuno, non è solo una statistica economica, è una funzione civile. Senza adulti al centro si guarda al domani con ansia. Si può intravedere e governare la crescita, l’educazione e la carriera? Perché rimuovere l’età di mezzo non significa solo ignorare una fascia anagrafica, è una crisi dei ruoli. Abbiamo rimosso – tra l’altro – chi ha il compito di dire dei «no». Con la conseguenza di amplificare la solitudine di ogni genitore. «L’adulto, chi l’ha visto?».
Anche i dati di via Nazionale, a Palazzo Koch, descrivono questa sparizione. «Questioni di Economia e Finanza n. 920, aprile 2025» segna un ammanco di «capitale umano». Secondo Banca d’Italia, le conseguenze sono in termini di reddito. Non è sufficiente a sostenere una spesa pensionistica che assorbe il 16% del Pil. Come sottolineato negli interventi del Governatore Fabio Panetta, “anche ipotizzando un aumento della partecipazione al lavoro, le forze attive sono destinate a ridursi drasticamente”.
Allora, il dibattito dovrebbe essere incentrato sulle forze «attrattive» del Paese per aumentare il numero di «adulti». L’altra faccia dell’accoglienza.








