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“La prima volta dell’Italia a Hormuz fu 40 anni fa e la situazione di oggi è identica, scortavamo una ventina di navi al mese creando corridoi sicuri” | L’intervista all’ammiraglio Angelo Mariani

“La situazione di oggi è identica a quella che ho vissuto quarant’anni fa. Ma all’epoca eravamo amici dell’Iran e ci trovammo in mare con altri Paesi come Gran Bretagna e Francia.”

A ricordare il primo intervento dell’Italia nello stretto di Hormuz è l’ammiraglio Angelo Mariani, ex capo di Stato maggiore della Marina militare e comandante del diciottesimo gruppo navale che tra il 1987 e il 1988 operò nell’area per scortare petroliere e navi mercantili.

Fu lui a operare nel Golfo durante la guerra tra Iran e Iraq, con alcuni dei primi cacciamine, arrivati dopo aver mandato in pensione i cosiddetti dragamine, gli antenati meno tecnologici.

“Ci andammo con tre fregate, tre cacciamine e due navi di appoggio per la logistica. Il nostro compito era proteggere e garantire la navigazione delle navi italiane – spiega Mariani, che aveva ai suoi ordini oltre un migliaio di uomini – Il nostro Paese non era mai stato prima in quel luogo, all’epoca fu dato un grande risalto alla vicenda.”

La decisione dell’Italia di inviare una flotta arrivò dopo l’attacco alla motonave Jolly Rubino da parte dei “guardiani della rivoluzione” iraniani.

Poi, una volta giunta la Marina, tutto cambiò. L’ammiraglio, oggi 91enne, racconta le procedure:

“Raggiungevamo le navi prima che arrivassero ad Hormuz e le scortavamo, erano almeno una ventina al mese, lo abbiamo fatto per un anno. Facevamo un’ispezione sulle navi che dovevano andare nel golfo per assicurarci che non avessero materiali bellici, quando loro arrivavano ci avvisavano, così una fregata le accompagnava fino a destinazione.

Che fossero petroliere o anche bastimenti per il trasporto di merce, davamo alle imbarcazioni la possibilità di viaggiare su “corridoi puliti”, ovvero acque che consideravamo sicure.

Parallelamente eravamo impegnati sull’altro fronte: quando riuscivamo a localizzare zone dove c’erano le mine, le eliminavamo. All’epoca avevamo mezzi considerati modernissimi, i predecessori di quelli che ci sono adesso”, aggiunge Mariani parlando di quella missione partita inizialmente senza nome e che prese poi il nome di “operazione Golfo”.

Un’attività che si rivelò fondamentale, così come potrebbe esserlo ancora oggi.

“Finalmente potevamo rassicurarli – ricorda soddisfatto l’ammiraglio –. “Ora che i militari vi scortano riesco ad essere tranquilla”, diceva la moglie di uno dei comandanti delle navi che passavano.”

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