La mappa di Papa Francesco per ripartire dal Covid: peggiore della crisi c’è il dramma di sprecarla

Occasione storica per convertire la Chiesa e realizzare un’economia sociale per il bene comune. L’apertura del presidente dei vescovi sardi al digitale per innovare la pastorale.

Dalla certezza perfino presuntuosa di essere artefici del nostro destino individuale e collettivo, al dubbio di una fragilità ingovernabile. Potrebbe essere un colpo non intenzionale ma tra i meglio riusciti  del coronavirus per aiutare la coscienza comune a ritrovare se stessa uscendo dal grande sonno.

Se verrà completato, senza rinunciare al coraggio di scegliere e di realizzare, il passaggio a una coscienza di sé più razionale sarà uno dei frutti importanti di questo “momento vertiginoso della storia” come il cardinale Pietro Parolin chiama la crisi pandemica mondiale. Il virus si è rivelato destabilizzante e, alla lunga, potenzialmente mortale per l’intero sistema capitalista tuttora operativo nelle diverse forme di governo del mondo. Con l’indomita e proteiforme sua virulenza il Covid ha innescato una riflessione, per lo più trascurata, sui limiti del fare e un’attenzione nuova sull’essere.

La fase di revisione culturale che attende specialmente l’Occidente e i suoi dogmi economici e sociali, potrebbe segnare una evoluzione positiva del sistema o, in alternativa, accelerarne l’involuzione verso l’esaurimento. Ora più che mai, di fronte alla tentazione della pigrizia o della resa, servono esempi e voci di saggezza per rifondare anzitutto il capitale umano, base del capitale economico e culturale che nella pandemia ha mostrato limiti e inefficienze.

Può suscitare forse meraviglia – ma non troppo – riconoscere a papa Francesco la capacità non solo di coerente riflessione e proposta per voltare pagina, ma anche l’aver trovato un linguaggio comprensibile oltre i confini della sua Chiesa, principale anima unificante dell’Occidente. E’ molto importante considerarlo dal momento che il virus non ha risparmiato la Chiesa cattolica, colpita anzi duramente in alcune sue scelte secolari e prassi pastorali rimesse in questione. Francesco non ha avuto paura e non è stato un fanatico crociato della resistenza ideologica. Ha operato in modo che la pandemia fosse una opportunità per il cambiamento di strutture e modelli inveterati e resistenti alla temperie del concilio Vaticano II, vero tsunami teologico-pastorale del sistema ecclesiastico che aveva retto duemila anni con oculati aggiornamenti disseminati nei secoli.

Mai però tali aggiornamenti si erano spinti fino a rivisitare l’intera visione cristiana per renderla più coerente con il Vangelo. Perfino lo scandalo della pedofilia che aveva prostrato la Chiesa davanti al mondo, ora pare ridimensionato se non finito in secondo piano, davanti alla generosità di tanti preti e vescovi nel servizio ai malati, ai moribondi, ai poveri e disperati colpiti dal Covid-19.

Nella domenica di Pentecoste che ricorda la nascita della prima comunità cristiana degli Apostoli che viveva di Vangelo e di servizio ai poveri, Francesco tenne – era l’ultimo di maggio –  una memorabile omelia sul ruolo dello Spirito e dell’amore nella Chiesa. L’omelia terminava con parole impegnative per la Chiesa, ma anche ammonitrici per i governi e i popoli di ogni paese.

Pronunciate a modo suo: esporre una verità scomoda in forma di preghiera a Dio: “Liberaci dalle paralisi dell’egoismo e accendi in noi il desiderio di servire, di fare del bene. Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi. Vieni, Spirito Santo: Tu che sei armonia, rendici costruttori di unità; Tu che sempre ti doni, dacci il coraggio di uscire da noi stessi, di amarci e aiutarci, per diventare un’unica famiglia”. Anche in Italia questo monito di Francesco si spera efficace per non dover nel prossimo futuro – cullandoci nell’ubriacatura della promessa milionaria  di un’Europa che cambia – rimpiangere un’occasione perduta di ammodernamento dell’Italia, superando i rituali stantii di piccole e litigiose politiche dannose per tutti.

Che Francesco, a differenza di tanta politica, si muova avendo una visione lunga dei problemi e delle vie per risolverli, non è un mistero. Lo ha dimostrato nella ripresa delle udienze generali del mercoledì, agli inizia di agosto dove ha detto di voler dedicare le prossime udienze a riflettere  in che modo aiutare a guarire il male sociale dalle ferite del Covid. La Chiesa “non è esperta nella prevenzione o nella cura della pandemia. E nemmeno dà indicazioni socio-politiche specifiche. Questo è compito dei dirigenti politici e sociali”. E tuttavia “nel corso dei secoli, e alla luce del Vangelo, la Chiesa ha sviluppato alcuni principi sociali che sono fondamentali, principi che possono aiutarci ad andare avanti, per preparare il futuro di cui abbiamo bisogno.

Cito i principali, tra loro strettamente connessi: il principio della dignità della persona, il principio del bene comune, il principio dell’opzione preferenziale per i poveri, il principio della destinazione universale dei beni, il principio della solidarietà, della sussidiarietà, il principio della cura per la nostra casa comune”. Sarà interessante seguirlo nell’esposizione di questi sette principi che possono aiutare a guarire il mondo, ripartendo con una rinnovata visione.

Pur contrastato in alcuni ambiti clericali, Francesco non è solo in questo percorso; ci sono vescovi  in numero crescente che si muovono in sintonia con lui per tradurre il Vangelo nella pratica quotidiana di essere Chiesa affidabile e vicina alla gente.

Nel numero più recente di Studi ogliastrini Antonio Mura, vescovo di Lanusei e Nuoro, attuale presidente dei vescovi sardi e uno tra i pastori che in buon numero condividono  e fraternizzano con Francesco, lascia intendere  che il coronavirus è diventato uno spartiacque anche per la Chiesa. “Ci ha tolto sicurezze – scrive – restituendoci quell’immagine di fragilità che, pur non piacendoci o non riconoscendola, ci appartiene da sempre”.

Come comunità cristiane “ci ha costretto a cambiare linguaggi, modalità di presenza e, soprattutto, ci ha portato per molto tempo a celebrare senza popolo, situazione che ha creato a sua volta polemiche e stravaganze, svelando anche le caratteristiche  più fragili della vita di fede”. E’ comunque necessario accogliere il tempo post-pandemia come un’opportunità per la vita della Chiesa. Interrogarsi è non solo importante ma urgente e prezioso. La grande sfida è “di rendersi conto che abbiamo veramente l’occasione di fare un passo reale per uscire dal clericalismo e per ritrovare una piena attitudine battesimale”.

Prima di tutto rendendosi conto che una serie di attività e modalità pastorale che richiedono “così tanto tempo, energie, strutture e soldi non sono poi così necessarie e, talora, sono anche pericolose per lo scollamento dalla percezione  della realtà in nome di un’ideale, talora astratto e più conservativo di un’immagine di Chiesa che supporta un’immagine di società, piuttosto che come attuazione di un dinamismo di sequela. Anche il problema economico, cui dovremo far fronte, può diventare lo stimolo a fare, per necessità e costrizione, quelle scelte di cui finora non siamo stati capaci per una sorta di prigionia nell’immagine preconciliare della Chiesa e, in particolare, del prete”.

Il vescovo Mura  suggerisce punti di riflessione che possono diventare “piste di conversione”. E prende in considerazione la pastorale, i misteri e ministeri, le parrocchie, l’economia come segno e da ultimo un’agenda digitale tra vizi e virtù. Di fronte a quest’ultima, in particolare, nota come sia inutile negare l’urgenza di alcune tecnologie per la vita pastorale messe in evidenza dalla pandemia. Questa agenda servirà alla Chiesa  per decidere in modo cadenzato la propria azione al mutato contesto ecclesiale, sociale, culturale e soprattutto tecnologico.

Nel cambiamento d’epoca intravisto da Giovanni XXIII, il papa del concilio Vaticano II e segnalato a più riprese da Francesco, le tecnologie digitali – secondo il vescovo Mura – avranno un ruolo chiave. L’impegno  di mantenere vivo il legame con il popolo di Dio, l’utilizzo della tecnologia digitale per la vita pastorale è e sarà sempre più necessaria per la realtà ecclesiale “poiché  prima ancora delle questioni dottrinali, l’azione pastorale della Chiesa passa dalla comunicazione”.

Un risveglio dei vescovi ai propri compiti di successori degli apostoli, potrebbe essere di buon auspicio per il  risveglio dei leader politici alla capacità di proposta per il bene comune. Del resto l’enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune resta un orizzonte possibile e intrigante di società rinnovate oltre le appartenenze ideologiche. Attende solo che sia messa in pratica.

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