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La doppia missione di Papa Francesco | L’analisi del vaticanista Carlo Di Cicco

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Coscienza di pace del mondo e strumenti di Dio di ascolto dei poveri. Sono questi i due punti distintivi dell’essere cristiani cattolici nel mondo secondo la prospettiva di papa Francesco: garantire il futuro della fede tornando alle origini rivisitate nel tempo presente.  Il suo nome Francesco, unico e singolare finora scelto appena eletto nella lunga successione all’apostolo Pietro, è divenuto programma stesso del pontificato, tradotto nel celebre desiderio di una Chiesa povera dei poveri, completato dall’altra immagine efficace di Chiesa “ospedale da campo”.

Sono le due prospettive che racchiudono il significato storico di un pontificato da gesuita. Realizzare questi obiettivi richiede una conversione di mentalità e di strutture della Chiesa. Cammino lungo e contrastato da fare insieme, iniziato da Giovanni XXIII in apertura del concilio, proseguito con decisione da Paolo VI e dai successori. Francesco punta a fare sintesi di quanto fatto finora e aprendo un nuovo capitolo, quello più doloroso e difficile: accogliere i poveri dentro la comunità cristiana con diritto di voto e non solo come terminali delle opere di carità. Ascoltarli e renderli operativi all’interno, dove non conta il censo economico e l’immagine sociale, ma la fraternità condivisa come chiede il Vangelo di Gesù di Nazaret.

Il primo che da Dio si fece povero, morendo ucciso come poteva allora capitare a un numero indefinito di persone anonime. Ascoltare i poveri significa spingere la politica e l’economia a modificare se stesse per rendersi universali non solo come rete globale di investimenti e profitti, ma globale nella capacità di integrazione di ogni fragilità umana ovunque nel mondo. In questo senso va compresa l’aspirazione a un mondo di pace nuovo predicata da Francesco e la sua spinta a camminare concretamente per rendere effettiva questa rete di garanzia per tutti considerati fratelli senza discriminazione di qualsiasi genere.

Quando Francesco afferma di fare politica significa proprio questo: non avere un suo partito o parteggiare per qualche partito politico, ma – al modo di don Lorenzo Milani – riconoscere i problemi e trovare il modo di uscirne insieme. Ne deriva una visione unitaria della storia del mondo- credenti e non credenti – che occorre incamminare verso la pace, la giustizia e la fraternità. Tre traguardi che non si realizzano per miracolo, ma letti e vissuti alla luce dei principi evangelici e di nessun altro manifesto. Si tratta non di un’utopia della storia perché letta nella pazienza: permane la coscienza che la storia è mescolata di bene e di male, e il progetto di mondo nuovo si trova allo stadio di seme che fatica a spuntare come pianta rigogliosa da poter lasciare in eredità ai posteri.

La fatica di crescita di una tale pianta è dovuta alle debolezze e contraddizioni dell’uomo, significate nelle culture elaborate nei secoli, entro le quali le spinte per una pari dignità di ogni essere umano sono state contrastate efficacemente dagli impulsi dell’egoismo, del potere, della mondanità. Francesco ha definito con chiarezza il discorso sui poveri indicandoli non più come oggetto di carità ma soggetti necessari per caratterizzare come cristiane identità e prassi cattolica. Non si può essere cristiani secondo il Vangelo se non si opera per un cambiamento strutturale nella cultura e nella geopolitica finora insensibile alla voce degli esclusi dal banchetto del benessere. Francesco ha stabilito perfino una Giornata Mondiale dei Poveri per accelerare il cambio di mentalità su questo argomento che lui ha elevato da pia esortazione a componente costituiva del cristiano.

“Il povero in spirito – puntualizzava Francesco all’Angelus di domenica 29 gennaio 2017 – è il cristiano che non fa affidamento su se stesso, sulle ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane. I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. Questo vorrei sottolinearlo: privilegiare la condivisione al possesso. Sempre avere il cuore e le mani aperte, non chiuse. Quando il cuore è chiuso, è un cuore ristretto: neppure sa come amare. Quando il cuore è aperto, va sulla strada dell’amore”.

Ormai le parole innovative di papa Bergoglio sui poveri sono volumi. Hanno prodotto il sostegno ai Movimenti Popolari e animato l’importante iniziativa affidata ai giovani economisti e imprenditori nel progetto denominato l’Economia di Francesco. Una specie di sfida al sistema economico e finanziario capitalista e neoliberista che il papa ha affrontato con analogo coraggio di un Davide davanti a Golia, il gigante inattaccabile  e crollato con un colpo di fionda di un giovane pastore. Analoga audacia Francesco la sta dimostrando per la pace con la sua netta contrarietà alla guerra. Un caso ricorrente in cui si ritrova a contrastare sistemi miliardari di sofisticati armamenti impiegati con imprudente facilità nelle guerre regionali mai cessate sul pianeta e che ora  – in Ucraina – rischiano un tragico epilogo di distruzione mondiale se il conflitto, che va avvitandosi su se stesso senza via di uscita alternativa, scivolasse sull’uso delle armi nucleari.

Anche la pace è una parola che Francesco non usa con valore lessicale, ma trasformativo, pensando a una condizione esistenziale dove l’uomo lupo è disponibile all’inganno giocando sulle parole: promuove un’economia di guerra mentre a parole celebra la pace e ripete di sentirne bisogno e nostalgia. Anche sulla guerra il papa è ricorso a giudizi impietosi, tacciando d’immoralità non solo l’uso ma il semplice possesso di armi nucleari. Eravamo abituati a temere e ammirare gli Stati in possesso di armi nucleari. Francesco squalifica tale proprietà. E chiede ai cristiani di uscire dalle contorte furbizie di una morale giustificativa soltanto delle proprie guerre, mentre qualunque conflitto  e della guerra considerata paladina del diritto e della giustizia anziché considerarla irrazionale violenza collettiva.

“Fratelli, sorelle – ha chiarito nell’omelia dell’1 febbraio a Kinshasa – siamo chiamati a essere missionari di pace, e questo ci darà pace. È una scelta: è fare posto a tutti nel cuore, è credere che le differenze etniche, regionali, sociali, religiose e culturali vengono dopo e non sono ostacoli; che gli altri sono fratelli e sorelle, membri della stessa comunità umana; che ognuno è destinatario della pace portata nel mondo da Gesù. È credere che noi cristiani siamo chiamati a collaborare con tutti, a spezzare il circolo della violenza, a smontare le trame dell’odio.

Sì, i cristiani, mandati da Cristo, sono chiamati per definizione a essere coscienza di pace del mondo: non solo coscienze critiche, ma soprattutto testimoni di amore; non pretendenti dei propri diritti, ma di quelli del Vangelo, che sono la fraternità, l’amore e il perdono; non ricercatori dei propri interessi, ma missionari del folle amore che Dio ha per ciascun essere umano”.

Fermarsi un minuto a riflettere sui possibili scenari mondiali se queste parole divenissero un progetto politico per un diverso futuro umano, aiuterebbe a capire quali oscuri interessi sono in grado di alimentare le infinite diatribe che si rivelano anticamera di ogni conflitto. Per questo suo parlare e agire per i poveri e contro la guerra, non come un guadagno personale o della Chiesa cattolica, ma come via di liberazione dalla paura e garanzia di dignità universale, Francesco è diventato segno di contraddizione. Elogiato a parole e rispettato formalmente dai poteri che si contendono il primato mondiale, in realtà è ignorato ai tavoli che contano in quanto sostenitore dei movimenti popolari.

E nell’ambito stesso della sua Chiesa critiche e resistenze dietro un velo di ossequio formale e ipocrita, sono piuttosto diffuse. Spiegate da mille motivi tutti accidentali, avendo per bersagli contenziosi minori, formali. In realtà si cela una resistenza al nuovo che avanza e libera la Chiesa da incallite mondanità. Capita al papa Francesco analogo trattamento riservato a  Francesco di Assisi. Si ammira a parole, ma lo si mummifica.

“Ci sono stati momenti, tuttavia, – si legge nel Messaggio per la Prima Giornata mondiale dei Poveri – in cui i cristiani non hanno ascoltato fino in fondo questo appello, lasciandosi contagiare dalla mentalità mondana. Ma lo Spirito Santo non ha mancato di richiamarli a tenere fisso lo sguardo sull’essenziale. Ha fatto sorgere, infatti, uomini e donne che in diversi modi hanno offerto la loro vita a servizio dei poveri. Quante pagine di storia, in questi duemila anni, sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri!… Tutti questi poveri – come amava dire il Beato Paolo VI – appartengono alla Chiesa per «diritto evangelico» (Discorso di apertura della II sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, 29 settembre 1963) e obbligano all’opzione fondamentale per loro”.

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