La Caritas indica la strada: la ricostruzione morale è necessaria all’Italia non meno del rilancio economico

Senza gratuità l’Italia non riparte o riparte male. Le ferite da sanare non sono solo quelle patite dall’economia, dal commercio, dalle imprese piccole e grandi. Lo Stato, tramite le sue istituzioni deve garantire fiducia e indicare obiettivi facilitati con la necessaria semplificazione burocratica, riducendo la corruzione, magari aprendo un ciclo di riforme che riporti equilibrio tra bene comune e interessi privati. Per riuscire, i soldi soltanto non bastano. Ne servono tanti e spesi bene per un Paese più giusto. Ma per ripartire davvero deve ripartire la gratuità. Occorre mettere nel conto che senza gratuità vince l’egoismo. Il portatore del valore aggiunto ma necessario è il Terso Settore. Chi era costui? La mano alternativa e moderatrice dell’altra mano, invisibile e pericolosa del mercato che determina l’andamento del mondo, seminando disuguaglianze. Tra i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana è prevista una società solidale e rispettosa della pari dignità di ogni persona, ma l’applicazione di questo famoso articolo 3 è rimasto ancora una scommessa non vinta. C’è voluto l’inventiva del Terzo Settore per darvi una prima spinta realizzatrice concreta. Tuttora necessaria.

 Papa Benedetto ha fornito una tra le migliori sintesi di pensiero per chiarire la portata della questione di una società più umana: “Non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l’uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore”. Questa affermazione che ha la forza di una sassata riassume un secolo di “querelle” infinita tra il pubblico e il privato e tra il pubblico statale e non statale. Il Terzo Settore d’ispirazione sia laica sia religiosa è la risposta che fa sintesi. Ratzinger con la sua capacità di rompere gli schemi con gesti a sorpresa ne ha trattato – senza peraltro essere né subito e né ben compreso nella portata della sua innovazione culturale – nella seconda parte della sua enciclica programmatica Deus caritas est nella quale invita a pensare la Chiesa  quale “comunità d’amore” senza ridurla a società di oscuri interessi sacrali e privati in concorrenza con lo Stato.

“Anche se le espressioni specifiche della carità ecclesiale non possono mai confondersi con l’attività dello Stato, – si legge nel paragrafo 29 della famosa Lettera – resta tuttavia vero che la carità deve animare l’intera esistenza dei fedeli laici e quindi anche la loro attività politica, vissuta come « carità sociale”. Pertanto “le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura. La Chiesa non può mai essere dispensata dall’esercizio della carità come attività organizzata dei credenti” proprio perché l’uomo avrà sempre bisogno di amore.  Papa Francesco a questo orizzonte ha dato una bussola per orientarsi ed essere efficace in una foresta parcellizzata di interessi globalizzati, introducendo nel linguaggio del palazzo un vocabolo finora considerato “plebeo”: periferia. Ha adottato il punto di vista della periferia. Tra i tanti modi in cui lo ha spiegato ce n’è uno singolare nell’intervista rilasciata a ragazzi di periferia di Buenos Aires promotori di un giornalino sul territorio, Carcova News. “Quando parlo di periferia – spiega ai ragazzi Bergoglio divenuto papa – parlo di confini. Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso scopriamo più cose, e quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa. Una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto dove tu sei arrivato. Un esempio: l’Europa vista da Madrid nel XVI secolo era una cosa, però quando Magellano arriva alla fine del continente americano, guarda all’Europa dal nuovo punto raggiunto e capisce un’altra cosa.

La realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro. Compresa la realtà di una persona, la periferia esistenziale, o la realtà del suo pensiero; tu puoi avere un pensiero molto strutturato ma quando ti confronti con qualcuno che non la pensa come te, in qualche modo devi cercare ragioni per sostenere questo tuo pensiero; incomincia il dibattito, e la periferia del pensiero dell’altro ti arricchisce”. Il Terzo Settore per rispondere ai bisogni primari della gente ha scelto di mettersi dal punto di vista della periferia che è la vita quotidiana della gente che sta meno bene e che costituisce la maggioranza. Nelle periferie era nato negli anni 50 e 60 del secolo scorso il metodo di cercare soluzioni efficaci ai problemi della vita delle persone. Il metodo di si chiamava “Revisione di vita” e si fondava su tre verbi: vedere, giudicare, agire. Si applicava su scala personale e su scala sociale.

E’ un metodo che nella Chiesa ha aiutato il passaggio dall’elemosina del superfluo all’impegno per la giustizia, dalla povertà considerata in astratto alla condizione dei poveri da riscattare. Dai poveri considerati oggetti di buone azioni a soggetti cooperanti per la propria liberazione. La forma attuale di questa impegno della Chiesa per la liberazione umana si chiama Caritas articolata a livello internazionale e a livello di singoli Paesi. In Italia nasceva il 2 luglio di 49 anni fa fortemente voluta da san Paolo VI.

“In questi decenni – riferisce l’ultima nota della Caritas ispirata  al monitoraggio aggiornato dei guasti sociali del Covid 19 – ha sempre cercato, in fedeltà al mandato ricevuto, di essere – come ha sottolineato papa Francesco – “stimolo e anima perché la comunità tutta cresca nella carità e sappia trovare strade sempre nuove per farsi vicina ai più poveri, capace di leggere e affrontare le situazioni che opprimono milioni di fratelli – in Italia, in Europa, nel mondo”. Ora sono 218 le

Caritas diocesane radicate sul territorio, dentro le comunità locali.

Durante la pandemia, di fronte alle sfide drammatiche e nonostante le forti criticità, Caritas Italiana e tutte le Caritas diocesane “hanno continuato a restare accanto agli ultimi, sia pure in forme spesso nuove e adattate alle necessità contingenti. E questo permette una lettura aggiornata, realistica di come mutano gli interventi e le prassi operative delle Caritas alla luce di quanto sta accadendo; qual è l’impatto del Covid19 sulla creazione di nuove categorie di poveri; qual è l’impatto dell’attuale emergenza su volontari e operatori”.

I dati raccolti si riferiscono a 169 Caritas diocesane, pari al 77,5% del totale e segnalano la crescita esponenziale del disagio sociale e del vivere quotidiano.

Rispetto alla situazione ordinaria,  nell’attuale fase il 95,9% delle Caritas partecipanti al monitoraggio segnala un aumento dei problemi legati alla perdita del lavoro e delle fonti di reddito, mentre difficoltà nel pagamento di affitto o mutuo, disagio psicologico-relazionale, difficoltà scolastiche, solitudine, depressione, rinuncia/rinvio di cure e assistenza sanitaria sono problemi evidenziati da oltre la metà delle Caritas.

Altre questioni evidenziate sono: problemi burocratici/amministrativi, difficoltà delle persone in situazione di disabilità/handicap, mancanza di alloggio in particolare per i senza dimora, diffusione dell’usura e dell’indebitamento, violenza/maltrattamenti in famiglia, difficoltà a visitare/mantenere un contatto con parenti/congiunti in carcere, diffusione del gioco d’azzardo/scommesse.

Fondamentale accanto all’impegno degli operatori è stato l’apporto di migliaia di volontari tra cui molti giovani che nella fase acuta della pandemia hanno garantito la prosecuzione dei servizi sostituendo molti over 65 che in via precauzionale rimanevano a casa. Tra operatori e volontari sono stati 179 quelli positivi al Covid-19, di cui 95 ricoverati e 20 purtroppo deceduti.

Piccoli segnali positivi arrivano dal 28,4% delle Caritas che, dopo il forte incremento dello scorso monitoraggio, con la fine del lockdown hanno registrato un calo delle domande di aiuto.

Non tutte le Caritas interpellate hanno quantificato con precisione le persone accompagnate e sostenute da marzo a maggio, che comunque, dalle risposte parziali pervenute, risultano quasi 450.000, di cui il 61,6% italiane. Di queste il 34% sono “nuovi poveri”, cioè persone che per la prima volta si sono rivolte alla Caritas. 92.000 famiglie in difficoltà hanno avuto accesso a fondi diocesani, oltre 3.000 famiglie hanno usufruito di attività di supporto per la didattica a distanza e lo smart working, 537 piccole imprese hanno ricevuto un sostegno.

Analogamente alla Caritas, migliaia di associazioni laiche o di altre confessioni religiose e Chiese cristiane, svolgono una presenza quotidiana dalla parte degli esclusi e delle fasce deboli della popolazione. E’ la grande realtà del Terzo Settore. I suoi aderenti costituiscono “un altro ordine o classe rispetto alla sfera dello Stato e della pubblica amministrazione (primo settore) e a quella del mercato e delle imprese (secondo settore). Ecco il significato del Terzo Settore, lo stesso di ciò che viene definito come no profit”. Cosa fanno?

Non perseguono scopo di lucro, al contrario delle imprese tradizionali operanti nel mercato. Il fine ricercato è costituito dall’esercizio di attività con finalità civiche o utilità sociale. Lo Stato, nel grande progetto finora ventilato, non può sbagliare dimenticandosi di aggiornare il suo dovere di controllo e di sostegno perché il Terzo Settore resti un marchio di qualità della Repubblica solidale.

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