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Investimenti in infrastrutture e meno burocrazia: subito un Piano per trasformare le nostre città

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La centralità assunta nel dibattito pubblico dalle norme sullo sblocco delle infrastrutture contenute nel DL Semplificazioni è indubbiamente un segnale positivo per il settore delle costruzioni ma soprattutto per il Paese. La volontà del governo di portare a termine opere strategiche ferme da anni e di rendere più semplice l’iter burocratico degli appalti non è una cosa scontata: tuttavia è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per rendere l’Italia un Paese al passo coi competitor europei.

Se alcune scelte prese singolarmente possono essere opportune (penso all’efficientamento della PA, alla rivisitazione dell’abuso d’ufficio e alla riperimetrazione del danno erariale), va anche detto che la disciplina degli appalti è molto articolata e con norme troppo specifiche si rischia di non risolvere i problemi complessivi che attanagliano le opere pubbliche da decenni.  

Servono regole semplici, chiare e trasparenti che vadano a rimuovere tutti gli ostacoli che rallentano le procedure, avendo però sempre chiara una visione d’insieme dell’intero sistema.  Siamo tutti concordi – politici, imprenditori e giuristi – che il problema principale in Italia sia l’eccesso di burocrazia. Quella stessa burocrazia che troppo spesso impedisce non solodi concludere le infrastrutture previste, ma proprio di farle partire. La soluzione a questo problema annoso può prevedere approcci diversi: la sensazione è che il Governo Conte con il DL Semplificazione stia seguendo la strada della straordinarietà con commissari speciali e affidamenti diretti senza gara sotto i 150 mila euro.

Come imprenditrice – ma anche come membro di ANCE, e guardando quindi alle imprese nel loro compresso – ritengo che esista un tema da sottolineare con forza. L’unico modo perché il sistema nel suo complesso lavori bene ed in maniera efficiente, per il massimo beneficio sociale ed economico della collettività, è quello di lavorare non in un regime di straordinarietà temporanea, ma in un sistema di ordinarietà che risolva in maniera definitiva i nodi che rallentano le opere. Il rischio imprevisto di implementare misure di corto respiro è di trovarsi davanti a conseguenze indesiderate che inficiano sulla concorrenza ed il libero mercato, come l’apertura di spazi “grigi” laddove tutti i poteri sono in mano ad un commissario o l’opacità delle procedure laddove c’è l’affidamento diretto.

Le norme del DL Semplificazione sembrano mosse da buone intenzioni ma colpiscono poco la vera fase problematica della gestione degli appalti cioè l’iter a monte delle gare, in cui il rilascio delle autorizzazioni e il rimpallo tra Ministeri e Sovrintendenze rallenta sempre la procedura, ed il tempo perso tra ricorsi ed altri ostacoli burocratici dopo la gara e prima della firma del contratto per i lavori.

Allargando lo sguardo all’Europa, il flusso dei soldi che nei prossimi mesi potrebbero arrivare dal Recovery Fund è un’occasione irripetibile per dare centralità agli investimenti nelle infrastrutture italiane e per mettere in cima alla lista delle priorità alcuni aspetti del settore edilizio che in questi anni non sempre hanno trovato l’attenzione dovuta. Ma per fare questi investimenti nel migliore dei modi, a beneficio di tutta l’economia italiana e per la ripartenza del nostro PIL, serve una normativa che incoraggi la trasparenza, la sana concorrenza ed il libero mercato.

Grazie al Recovery Fund è giunto il momento propizio per puntare su una vera rigenerazione urbana orientata alla sostenibilità, all’innovazione e alla digitalizzazione. Per esempio, le smart city non devono più essere un sogno remoto ed irrealizzabile: non possiamo pensare di far ripartire l’economia con città obsolete, inquinate e degradate.

Se sul piano normativo possiamo augurarci e dobbiamo sperare che le istituzioni accolgano le proposte di chi è esperto di questo settore e ne vive le problematiche quotidianamente sulla propria pelle, sul piano del ripensamento di alcune logiche ormai superate non possiamo invece demandare a nessuno le responsabilità che ci competono.

Questa crisi socio-economica è un’opportunità per ripensare completamente tutto quello che di questo mestiere, nonostante l’evoluzione tecnologica globale, per decenni è rimasto immutato e non possiamo lasciarci sfuggire questa occasione se vogliamo rimanere al passo con gli altri paesi europei.

Abbiamo bisogno di fatti concreti non più di promesse: speriamo che eventi come gli Stati Generali a Villa Pamphilii siano stati l’ultimo tavolo di confronto, prima di avviare necessariamente un Piano di innovazione e di trasformazione delle nostre città, per adeguarle – e adeguarci, come cittadini – alle nuove esigenze della collettività e degli stili di vita e di lavoro che la trasformazione imposta dal Covid-19 ha portato.

Il futuro delle costruzioni post-coronavirus deve essere innovativo, tecnologico e sostenibile, perché solo così potremo creare il mondo che vogliamo senza distruggerlo strada facendo.

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