Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Quei dissidenti che cercavano di isolare Papa Francesco | L’analisi del vaticanista Carlo Di Cicco

Cerca
L'AUTORE DELL'ARTICOLO
ANALISI E SCENARI
OSSERVATORIO IDEE
OSSERVATORIO IMPRESE

Ripubblichiamo l’analisi che il vaticanista Carlo Di Cicco (scomparso un anno fa) aveva scritto per noi. Un testo datato gennaio 2023. Di Cicco è stato vice direttore dell’Osservatore Romano.

C’è una musica profondamente alternativa alla musica dei miliardari riuniti anche quest’anno a Davos. A suonarla senza stancarsi è papa Francesco, spina nel fianco del modello economico neoliberista. Forse è qui la scintilla reale, profonda, ammantata con motivi religiosi veri o presunti, della dissidenza nei suoi confronti sostenuta dall’idea superficiale di contrapporlo perfino a Benedetto XVI brandito come un totem da svariate frange di devoti teoconservatori.

Pertanto allarme forse no, preoccupazione forse sì nei piani alti del Vaticano per gli attacchi virulenti o felpati ripetuti e propagandati nei confronti di papa Francesco.  Specialmente per la sua dottrina sociale incarnata nel detto “prima i poveri” e della sua prassi pastorale incentrata sulla misericordia e sulla responsabilità missionaria condivisa alla pari tra clero e laicato per la nuova evangelizzazione. Avversari della prima ora e critici di sempre, paghi finora di minacciare apostasie e scismi lo accusano perfino di eresia. In fondo non sopportano di Francesco il portare la dottrina sociale della Chiesa alle sue coerenti conseguenze.

Ci sono alcune questioni come la liturgia, il matrimonio, l’aborto che continuano a lacerare le coscienze cattoliche di fronte alla morale e questioni attinenti la dottrina sociale dell’economia e della politica che registrano la divisione anche tra i cattolici conservatori o progressisti. In particolare si imputa a Francesco di aver fatto deflagrare come una bomba al chiuso di una fortezza la questione dei poveri. “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri” aveva affermato nell’Aula Paolo VI tre giorni dopo la sua elezione davanti a centinaia di giornalisti di ogni parte del mondo ricevuti in udienza.

Poteva sembrare una pia esortazione e tale restare. Sui poveri e quello che essi rappresentano si fonda in realtà la contesa non risolta nella Chiesa. I predecessori si erano contentati di enunciare principi coerenti con il Vangelo: Francesco ha cominciato ad applicarli scuotendo cerimoniali e prassi consolidate. Poveri e barboni sono entrati perfino nei concerti sedendo nelle prime file invece dei cardinali e degli ospiti importanti. Il papa si è seduto normalmente con loro a tavola, ha lavato loro i piedi e li va a cercare negli ospizi, nelle carceri, nelle case famiglia. Li difende davanti al Corpo diplomatico chiedendo politiche rovesciate a livello nazionale e internazionale per dare loro cittadinanza piena con politiche di giustizia. Su questo tasto batte “opportune et importune” in tutte le sedi.

Si tratta di una musica che la Chiesa – a suo parere – non può smettere di suonare perché è musica tipica del Vangelo ed è una nota costitutiva della identità cristiana fin dalle origini. “Tuttavia come cristiani – ha scritto in uno degli ultimi paragrafi della grande enciclica Fratelli tutti – non possiamo nascondere che se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provoca a lottare per la dignità di ogni uomo e donna. Altri bevono ad altre fonti. Per noi questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo. Da esso scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti”.

Parole che riassumono la sorgente dell’essere cristiano doc di papa Francesco. Dissenso e dibattito nella Chiesa non sono mai mancati. Fin dal tempo degli Apostoli. Forse per l’ottundimento dell’intelletto umano di fronte al divino. Nei secoli, tra i cristiani si ricordano momenti di spaccature insanabili che durano ancora come la divisione tra ortodossi e cattolici, la Riforma Luterana, la separazione degli Anglicani, i veterocattolici seguiti al concilio Vaticano I e i Lefebvriani seguiti al concilio Vaticano II. Ma dissidenti in gran numero ci sono anche all’interno della Chiesa cattolica senza una classificazione. Difficile è quantificarli ora che la fronda a Francesco soffia specialmente dagli Stati Uniti dove la comunità cattolica è molto forte e dispone di grandi mezzi economici.

Se fino al tempo della guerra fredda il contrasto primario della Chiesa era contro il comunismo, ora la resistenza a Roma viene dai cattocapitalisti anziché dai cattocomunisti. Due termini brutti e quasi spregiativi usati dagli atei devoti del potere economico secolare. Con l’economia egemonizzata dalla finanza neoliberista, la scelta del papa di stare dalla parte dei poveri viene giudicata una provocazione intollerabile. Lo si accusa di responsabilità per scandali antichi e nuovi nella Chiesa, di cedimento sulla morale sessuale e familiare mentre resta intransigente sulla morale sociale che interdice il potere manipolatorio del denaro. E poi è insopportabile la pretesa del laicato di stare alla pari del clero e delle donne alla pari degli uomini nella Chiesa.

E fa pure comodo manipolare le cose mettendo Francesco contro i suoi predecessori. Si tenta di isolarlo come un anomalo che non conosce o devia dalla tradizione giuridica e pastorale della Chiesa. In realtà i dissidenti dimenticano che Francesco ha solo fatto un passo in più nella linea originata dal concilio Vaticano II. Si potrebbe pensare, senza sbagliare, che Francesco dispiega le conseguenze di un insegnamento condiviso con Paolo VI e Benedetto XVI in una ideale triangolazione. Non ci vuole molto se non c’è malanimo. Francesco nei momenti topici del suo magistero si richiama anche a Giovanni Paolo II ma specialmente a Paolo e Benedetto. Legati da due tematiche per la rifondazione della vita cristiana nel nostro tempo: l’evangelizzazione e i poveri.

C’è un filo rosso di pensiero e di pastorale che va rivisitato in filigrana per capire Francesco e considerarlo – anziché con i fanatici integralisti eretico – un custode fedele del Vangelo di Gesù che annuncia la liberazione del cuore e la bellezza che viene dalla pratica della giustizia verso tutti, poveri inclusi, fratelli alla pari. Rispetto a Paolo e Benedetto, di suo Francesco denuncia con l’animo e l’intelletto latinoamericano la cultura dell’indifferenza verso i poveri e i fragili. Il che è una gran cosa: richiede lettura e ascolto della “teologia del popolo” per riconoscerle pari dignità scientifica e intellettuale della teologia europea nelle sue diverse denominazioni. Si scoprirà che la teologia del popolo che ispira Francesco non è contraria alla teologia della liberazione, ma è un suo filone depurato dal marxismo non considerato radice della teologia.

Il servizio ai poveri la Chiesa non lo deriva dall’analisi di Marx – certo autorevole nel suo terreno – ma dalla parola e dall’esempio di Gesù. Che non è meno autorevole. Il seme di tutto lo scuotimento al pontificato di Bergoglio visto come un ostacolo da abbattere da una dissidenza animosa, spinta in Occidente “da un vento manicheo e apocalittico” si trova in un nome: Aparecida. Qui è il crocevia di tutti gli incubi e l’odio verso Francesco.

Aparecida è una cittadina brasiliana dove nel 2007 si svolse la IV assemblea dei vescovi dell’America Latina. Benedetto XVI vi prese parte in apertura e Bergoglio, allora cardinale arcivescovo di Buenos Aires fu eletto presidente della commissione che elaborò il documento finale. Il gesuita Diego Fares, studioso di primissimo piano del pensiero di Francesco, ricorda in proposito un’applaudita omelia del cardinale Bergoglio il giorno dopo il discorso di Benedetto. In quella omelia, scritta di buon mattino “possiamo scoprire, in modo sorprendente, la fonte remota” del pontificato di Francesco.

Nel passo applaudito Bergoglio diceva: “Non vogliamo essere una Chiesa autoreferenziale, ma missionaria; non vogliamo essere una Chiesa gnostica, ma una Chiesa che adora e prega. Noi popolo e pastori che costituiscono questo santo popolo fedele di Dio, che ha l’infallibilità nella fede, insieme con il Papa, noi popolo e pastori parliamo in base a ciò che lo Spirito ci ispira, e preghiamo insieme e costruiamo la Chiesa insieme, o meglio siamo strumenti dello Spirito che la costruisce”. 

Benedetto XVI aveva aperto cammini di fiducia specialmente sulla questione dei poveri, formulando in termini teologici la base di questa scelta preferenziale nel contesto della domanda sulla realtà che include Dio e sulla cultura dell’incontro. “L’opzione preferenziale per i poveri – sostenne Benedetto – è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci con la sua povertà”. Il Documento di Aparecida sviluppò e fece suo questo punto base. “Non c’è bisogno di portare molti esempi – sostiene Fares – per mostrare la chiara opzione preferenziale per i poveri sostenuta da papa Francesco.

È bene però ricordare – di fronte ai tentativi di minimizzare il magistero di Francesco, quando viene detto che egli si dedica «al sociale» – che questa opzione è cristologica, come ha affermato Benedetto XVI. Ogni volta che papa Francesco parla dei poveri sta facendo cristologia. Una cristologia del genere più elevato e incarnato, perché chi non confessa Cristo venuto nella carne non è dallo Spirito. Il senso del povero è l’essenza del cristianesimo, come affermava sant’Alberto Hurtado”.

In un’intervista del 2017 a El Pais papa Francesco afferma: “L’Evangelii gaudium [documento programmatico di Francesco -ndr] che è nel segno della pastoralità che vorrei dare alla Chiesa oggi, è un’attualizzazione dell’Evangelii nuntiandi di Paolo VI. È un uomo che ha anticipato la storia. […] Ha seminato cose che poi la storia è andata raccogliendo. L’Evangelii gaudium è una mescolanza dell’Evangelii nuntiandi e del Documento di Aparecida. Cose che sono state elaborate dal basso. L’Evangelii nuntiandi è il miglior documento pastorale postconciliare e non ha perso attualità”. Colpisce il fatto che Diego Fares in proposito evoca il tono e la “musica di Aparecida” di cui i più attenti osservatori di Francesco hanno parlato. E che comprende anche il riferimento di Francesco a Romano Guardini, una delle fonti dello stesso Benedetto. 

Si può notare – sostiene Fares – come oggi sia proprio su questo aspetto – che favorisce il modo sinodale di procedere, il «gioioso dare spazio alla Parola» e il «discernimento comunitario», dei quali aveva parlato Benedetto XVI nel suo discorso inaugurale ad Aparecida – che papa Francesco insiste particolarmente, nonostante alcune opposizioni”. Il riferimento alla gioia dell’evangelizzazione come ragion d’essere della Chiesa è stato tema del breve intervento di Bergoglio alla vigilia del conclave che convinse i cardinali a eleggerlo. La linea di “fedeltà creativa al concilio” da parte di Francesco vi è di tutta evidenza. La proposta di Francesco di un nuovo paradigma socio-culturale avanzata nell’enciclica Laudato si’ scritta interamente di suo pugno, è uno dei semi di futuro liberato dall’ipoteca della “mondanità spirituale” che alimenta l’ideologia neoliberale e corrode la stessa Chiesa.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.