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Il vaticanista Carlo Di Cicco: “Il poker di Papa Francesco per la pace” | L’intervento

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“Servendo la verità in ogni caso contribuirete ‘al disarmo degli spiriti’ che è la prima condizione per stabilire una vera pace sulla terra”. Lo disse papa Giovanni XXIII ai tanti giornalisti che seguivano i lavori dell’assemblea conciliare aperta due giorni prima con il celeberrimo discorso “Gaudet Mater Ecclesiae” (la Chiesa si rallegra). Quell’11 ottobre – concluso con l’incredibile discorso alla luna e la carezza del papa ai bambini affidata ai genitori – era festoso e nulla lasciava prevedere il turbine di una crisi mondiale tempestosa alle porte.

Dal 16 al 28 ottobre, infatti, il mondo visse la crisi dei missili a Cuba con il fiato sospeso. Oggi la Comunità delle Nazioni si ritrova nel turbine ricorrente di una crisi distruttiva. Ancora le dissonanti note di una guerra che costringe l’Occidente a ridisegnarsi su prospettive di fraternità se non vuole morire come Sansone con tutti quanti considera filistei rispetto alla sua leadership. Al febbrile commercio delle armi occorre sostituire quel “disarmo degli spiriti” indicato da papa Giovanni come dirimente servire la verità.

Tante sono le vittime di questa guerra e del crescente dissesto ambientale: il devastante terremoto in Turchia e Siria è solo l’ultimo campanello di allarme per una Terra pericolante e avvolta nell’incredibile indifferenza degli affaristi di morte e incuria ecologica. La politica appare timida e involuta, guardinga tra il vincere o pareggiare nella prova di forza senza sacrificare gli affari. La pubblica opinione nei Paesi benestanti litiga o si distrae illudendosi che alla fine la forza risolverà ogni cosa. La comunicazione babelica avvolge ormai il globo in una ragnatela che alimenta il mercato delle verità, come se ci possano essere tante verità invece di una sola verità filtrata da diverse sensibilità tra gli umani.

E’ forse il tempo di fare il punto sulla situazione scoprendo che la fiaccola della fraternità lanciata come un invito cogente all’umanità per salvare se stessa e il pianeta è stata raccolta con ogni energia da papa Francesco. Il suo nome ricorda alla Chiesa l’estrema possibilità di unirsi nella conversione al Vangelo piuttosto che dividersi nell’arroganza di credersi figlia degli dei che basta a se stessa sazia delle proprie certezze.

E al mondo – che ha quasi messo alla porta ogni residuo di spiritualità consegnandosi alla finanza e alle sue ferree logiche discriminatorie – ricorda la fraternità come base per invertire politiche di potenza discriminatorie e tessere la pace nella giustizia e nella libertà. Francesco è una voce dissonante da buona parte dell’attuale geopolitica. Ha dato voce come non mai a chi non aveva voce e spinge perché alla tavola dei potenti siedano alla pari dannati della Terra, popoli e persone emarginate, povere, aprendo finalmente un nuovo corso alla storia dell’umanità.

E’ nella condizione presente conflittuale che ha disperato bisogno di un orizzonte di vita che la proposta di Francesco andrebbe ritenuta meritevole di ascolto. Se nel Medioevo la scelta del Poverello di Assisi – vista con sufficienza dai ricchi del suo tempo e irrisa dai più -riuscì a curare molte piaghe di miseria, ora, tempo di globalizzazione altera e con i piedi di argilla Francesco – papa e non anonimo frate tra i miserabili – invita senza sosta gli attuali signori dell’economia alla conversione della fraternità, ascoltando la voce dei popoli oppressi. Il concilio Vaticano II è stato una grandiosa svolta nella storia millenaria della Chiesa cattolica mettendo in circolo nuova cultura teologica e umanistica.

La Chiesa di Roma – pur tra contrasti perfino durissimi sotto modi felpati – si va convertendo al Vangelo e si spoglia di residui storici ingombranti. Va acquistando nuova coscienza di essere popolo di Dio, una qualità aperta a tutti gli altri popoli. La rinuncia di Benedetto XVI ha dato un colpo di reni in questa direzione e non certamente per invertire la barca. Papa Giovanni in apertura del concilio disse tre parole profetiche in latino (tantum aurora est) che tradotte significano “è appena l’aurora”. E aggiunse: “Il concilio che inizia sorge nella Chiesa come un giorno fulgente di luce splendidissima”. Nubi non sono mancate nel tentativo di spegnere quell’aurora.

L’arrivo di Francesco rimette in corsa con lena quel sogno evangelico “sulla fraternità e l’amicizia sociale” entro un pianeta in attesa di guarigione. Ha messo in corsa una Chiesa “ospedale da campo” che si prende cura dell’umanità come primario significato della sua esistenza alla maniera che fu la vita di Gesù Cristo. Parole indicative anche per le religioni vissute non ripiegate su di sé ma al servizio della fraternità nel mondo. E quindi tese a costruire unità attraverso un dialogo ecumenico dei segni e progetti comuni. Come è avvenuto nel recente viaggio apostolico in Congo e Sud Sudan, primo viaggio ecumenico di un papa nella storia, compiuto con il Primate Anglicano e il moderatore della Chiesa presbiteriana di Scozia. Francesco ne ha pure per la politica e l’economia mondiale invitate a generare un mondo nuovo, aperto, capace di dialogo, amicizia sociale, più che di competizione.

Insomma non è una visione pietista che Francesco propone ma un salto dell’umanità nell’età adulta e responsabile, capace di trovare soluzioni di pace e non di guerra. Se non si cambia prospettiva, liberandosi dalla malia del denaro come chiave e misura di felicità, ci si ritrova ciclicamente a un bivio drammatico dovuto al potere distruttivo di cui oggi l’uomo dispone con le armi nucleari e con il saccheggio della Terra. La nuova ecologia, la giustizia, la fraternità sono temi divenuti martellanti nel linguaggio di Francesco. Lo si è visto in momenti di smarrimento generale come per il Covid senza vaccini, lo si è visto nella guerra in Ucraina, e nell’ultimo viaggio in Congo e Sud Sudan. Miniera di riflessioni che potrebbero servire a suggerire percorsi in teoria semplici ma in pratica difficili per la pace.

La semplicità di Francesco in realtà è molto esigente: mandare in soffitta tutto l’armamentario delle trattative politiche che partono dal sé anziché dall’altro e come tali inconcludenti. Invece che nell’efficacia della bomba, Francesco crede nell’efficacia intrinseca e insospettabile delle categorie deboli dell’umanità: poveri, giovani, donne. Non si stanca di chiedere di metterle in circolo come soggetti anziché oggetti. Si tratta di un poker a suo giudizio da giocare perché vincente.

“Le madri, le donne – ha rilevato nell’incontro con gli sfollati interni del Sud Sudan – sono la chiave per trasformare il Paese: se riceveranno le giuste opportunità, attraverso la loro laboriosità e la loro attitudine a custodire la vita, avranno la capacità di cambiare il volto del Sud Sudan, di dargli uno sviluppo sereno e coeso! Ma, vi prego, prego tutti gli abitanti di queste terre: la donna sia protetta, rispettata, valorizzata e onorata. Per favore: proteggere, rispettare, valorizzare e onorare ogni donna, bambina, ragazza, giovane, adulta, madre, nonna. Senza questo non ci sarà futuro”.

Vale anche per i cristiani il farso piccoli se vogliono essere lievito di guarigione dell’umanità. Vale testa e cuore nuovo per i discepoli del Vangelo. In tal senso le parole del Papa non possono essere confinate ai soli cristiani africani che pure sono tanti e in crescita, ma valgono per tutti i cristiani, anche per i presenti e operanti in società stanche e provate dal logorio della vita moderna.

“Noi cristiani, pur essendo fragili e piccoli, – sottolinea Francesco – anche quando le nostre forze ci paiono poca cosa di fronte alla grandezza dei problemi e alla furia cieca della violenza, possiamo offrire un contributo decisivo per cambiare la storia. Gesù desidera che lo facciamo come il sale: ne basta un pizzico che si scioglie per dare un sapore diverso all’insieme. Allora non possiamo tirarci indietro, perché senza quel poco, senza il nostro poco, tutto perde gusto. Iniziamo proprio dal poco, dall’essenziale, da ciò che non compare sui libri di storia ma cambia la storia: nel nome di Gesù, delle sue Beatitudini, deponiamo le armi dell’odio e della vendetta per imbracciare la preghiera e la carità; superiamo quelle antipatie e avversioni che, nel tempo, sono diventate croniche e rischiano di contrapporre le tribù e le etnie; impariamo a mettere sulle ferite il sale del perdono, che brucia ma guarisce. E, anche se il cuore sanguina per i torti ricevuti, rinunciamo una volta per tutte a rispondere al male con il male, e staremo bene dentro; accogliamoci e amiamoci con sincerità e generosità, come fa Dio con noi. Custodiamo il bene che siamo, non lasciamoci corrompere dal male!”.  Ci sarà qualcuno che scombinando alleanze di morte si vorrà sedere al tavolo di Francesco e giocare il suo poker?

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