Non abbiamo bisogno dei tweet di Musk per accorgerci che l’Italia è in una situazione di forte declino demografico e che questo – ricorda Chiara Saraceno su La Stampa – è l’effetto non solo dei comportamenti riproduttivi delle generazioni oggi giovani, ma soprattutto di quelle che le hanno precedute.
Da quarant’anni l’Italia è un Paese a bassa fecondità, con sempre meno potenziali genitori a ogni passaggio generazionale, senza che questo abbia spinto decisori politici ed economici a interrogarsi sulle cause e sulle conseguenze, salvo qualche appello ai giovani perché facciano figli per sostenere il welfare. Anzi, su questi pochi giovani sono stati scaricati i costi della scarsa competitività e di un welfare sbilanciato sulle pensioni.
Il calo demografico è stato persino considerato una risorsa per ridurre la spesa in istruzione, mentre povertà educativa, alti tassi di elusione scolastica e pochi laureati restavano irrisolti. Le cause strutturali che ostacolano la scelta di avere figli sono rimaste intatte, se non rafforzate.
I giovani negli ultimi trent’anni hanno trovato sempre più difficile raggiungere uno status adulto: formazione adeguata, autonomia economica, accesso alla casa. Per le donne, ostacoli ancora maggiori: stereotipi di genere, difficoltà di conciliazione, servizi insufficienti. Non sorprende che il primo figlio arrivi tra le italiane a 31,8 anni, molto più tardi della media europea. Ma ritardare la maternità non garantisce sicurezza: una lavoratrice su cinque esce dal mercato dopo una maternità.
A tutto ciò si aggiunge la frammentarietà delle misure pro-natalità: bonus che cambiano a ogni governo, senza continuità. L’unico intervento stabile è l’assegno unico, mentre l’attuale governo punta soprattutto sulle famiglie con molti figli, trascurando chi vorrebbe averne almeno uno.
Favorire la scelta di diventare genitori richiede politiche del lavoro e della casa, servizi educativi accessibili, misure di conciliazione e maggiore condivisione delle responsabilità tra madri e padri. Il Pnrr aveva tra gli obiettivi l’occupazione giovanile e femminile e il potenziamento dei servizi educativi, ma ritardi, eccezioni e definizioni al ribasso hanno compromesso risultati e risorse. Un’occasione in gran parte perduta.








