Scrive Fabrizia Giuliani su La Stampa “Bisogna cominciare ogni volta da capo, sì.
E spiegare che, nel commento a una sentenza in cui l’aspetto conteso è la premeditazione, il punto non è la quantità, ossia la durata della pena, ma la qualità, ossia la comprensione di ciò che è avvenuto e perché.
Bisogna ricominciare da capo perché la discussione pubblica sulla violenza contro le donne viene spesso ricondotta a un confronto tra promotrici di un approccio repressivo e difensori delle garanzie.
Non è così: non è un modo adeguato di dar conto di un fenomeno che chiede un aggiornamento delle categorie.
Bastano i fatti.
I fatti risalgono a tre anni fa.
Il 28 maggio 2023 viene denunciata la scomparsa di Giulia Tramontano, ventinove anni, agente immobiliare di Senago, dove viveva con il compagno Alessandro Impagnatiello, autore della denuncia.
I familiari non credono all’allontanamento volontario.
Impagnatiello viene indagato: nella sua auto gli inquirenti trovano tracce biologiche, la sua versione è confusa.
Confessa dopo pochi giorni e racconta dove ritrovare il corpo.
L’autopsia rivela che nel sangue della donna e del feto sono presenti tracce di veleno per topi; le ricerche sul computer mostrano che l’indagato aveva cercato come procurarselo e utilizzarlo.
La Corte d’Assise lo condanna all’ergastolo nel novembre 2024; il 25 giugno 2025 la Corte d’Assise d’Appello di Milano riforma la sentenza, conferma la pena ma esclude la premeditazione; ora la Cassazione ordina un nuovo processo d’appello.
La premeditazione non è un dettaglio: riguarda il perché di questo femminicidio.
Non è un impulso: è un’idea perseguita e realizzata, passo dopo passo”.








