Ho letto con interesse il punto di vista dell’economista Giuseppe Coco che, qualche giorno fa, è intervenuto su queste pagine a proposito del “professionismo della bontà”, partendo dall’ormai arcinoto episodio di Chiara Ferragni e del pandoro Balocco.
Coco si chiede – cito – “se si possa essere buoni e fare di questo la sostanza del proprio business, oppure del proprio lavoro.
Ovvero se si può legittimamente vivere del proprio essere buoni”.
Non posso però non dissentire quando a Chiara Ferragni e al suo modello di business accompagnato spesso ad attività di co-marketing benefico, Coco associa il lavoro di chi è direttamente impiegato nel Terzo Settore, ad esempio come fundraiser.
Per farlo cita Ricky Gervais e un momento del suo “After Life” in cui all’insistenza inopportuna (ed è forse l’aspetto che il peraltro generosissimo Gervais teneva a stigmatizzare) di un cosiddetto “dialogatore” preferisce la silenziosa presenza di un’anziana volontaria.
Ora, credo sia sotto gli occhi di tutti in quanti ambiti della vita di comunità le realtà del terzo settore intervengano per coprire zone d’ombra lasciate dallo Stato, a partire dalla gestione dell’handicap per finire con la cura del patrimonio culturale, passando per il sostegno alle persone sole, in condizione di bisogno o senza dimora, fino all’assistenza ai malati.
Quest’ultimo è l’ambito in cui interviene una realtà come ANT, che io presiedo oggi e che fu fondata 45 anni fa da mio padre, l’oncologo Franco Pannuti.
Abbiamo cominciato assistendo a domicilio un paziente oncologico in fase avanzata, poi sono diventati 100, 1000 all’anno e oggi ci troviamo ad assisterne 10.000, ogni anno, in 11 regioni italiane.
E il bisogno sarebbe ancora più grande.
È possibile realizzare tutto questo solo grazie all’impegno di volontari?
Chiaramente no.
I volontari sono stati la spinta e sono oggi il motore di ANT ma ad essi non poteva essere certo delegato il lavoro al domicilio dei pazienti: non avremmo potuto garantire cure continuative, reperibilità, turni… e così non è stato possibile proseguire la raccolta fondi necessaria a sostenere il lavoro degli operatori sanitari esclusivamente basandoci sull’iniziativa dei volontari.
Più siamo cresciuti, più abbiamo avuto bisogno di professionisti: persone preparate per confrontarsi con aziende sostenitrici e – banalmente – evitare di incorrere nelle “ingenuità” che abbiamo avuto sotto gli occhi proprio in questi giorni, persone a cui affidare il controllo di gestione, l’amministrazione e garantire quella trasparenza che è un dovere primario degli enti, non solo perché su di esso si basa la fiducia dei donatori ma perché sancito dalla Legge sul Terzo Settore.
“Una professionalizzazione profonda della bontà può solo generare danni, perché a valle di questo c’è il rischio di un crescente cinismo di una larga fetta della popolazione”, dice Coco.
Dal mio punto di vista, al contrario, la professionalizzazione del Terzo Settore è oggi indispensabile per dialogare alla pari con il settore pubblico e con brand che vogliono sempre più parlare di purpose e “fare la differenza” nella comunità in cui operano.
Non solo, aggiungo che se si vuole che il mondo non profit superi una certa improvvisazione e diventi realmente maturo, bisogna puntare su professionisti di alto livello che possano trovare, anche in questo settore, stipendi adeguati.
Il rischio è altrimenti quello di continuare a subire un travaso di professionalità tra non profit e profit e limitare la crescita del privato sociale.
Sul tema è intervenuto anche il prof Luigi Balestra: “Le Charities, per le quali il profitto è escluso in radice dalla “ragione sociale”, hanno il dovere etico – all’uopo adottando efficienti sistemi organizzazione e gestione – di non consumare, se non in una piccolissima percentuale, quel che incamerano per far fronte a spese di funzionamento”, ha scritto.
Sembrerà contraddittorio, eppure sono convinta che per adottare gli auspicati efficienti sistemi di organizzazione gestione, sia necessario che gli ETS prevedano il giusto compenso, alla pari con le medie del mondo profit, per il proprio personale.
Dire infatti che solo una piccolissima percentuale di quanto raccolto dagli enti debba essere usata per far fronte alle spese di funzionamento degli stessi è molto generico: io credo debba essere impiegata la giusta percentuale, che consenta l’efficienza e l’efficacia del funzionamento del non profit.
Insomma, senza falsi buonismi, è imprescindibile dare il giusto riconoscimento alla professionalità, anche nel terzo settore.








