Nel decennio 2014-2023 un milione di residenti in Italia è emigrato all’estero.
Di questi, ben 367.000 avevano un’età compresa fra 25 e 34 anni e circa la metà avevano conseguito una laurea.
Considerando i rientri nello stesso periodo, la perdita netta di risorse qualificate è stata pari a 97.000 laureati.
Nel 2024 l’esodo verso l’estero è cresciuto del 20,5%, dovuto allo spostamento di cittadini italiani e solo in minima parte al rientro di stranieri nei Paesi di origine.
Facendo riferimento all’ultimo decennio, assistiamo a un aumento dei laureati in uscita e a una riduzione dei rientri.
Tali dinamiche, ben descritte recentemente da Istat e Banca d’Italia, dovrebbero costituire oggetto di interventi ben più incisivi di quelli esistenti, finalizzati a contenere il declino demografico.
Anche perché agire sull’evoluzione naturale della popolazione, e in particolare sulla natalità, presenta difficoltà oggettive dovute alla struttura demografica e ai tempi lunghi per ottenere cambiamenti significativi.
Usare un doppio pedale, cercando da un lato di contenere la perdita di nostri talenti e ammettendo, dall’altro, un’immigrazione regolata, può aiutare a ridurre gli squilibri occupazionali esistenti, come ha affermato il Governatore Panetta.
Bisogna ricordare che, nel 2024, la popolazione nata all’estero rappresentava l’11,3% dei residenti in Italia, a fronte di una media dei Paesi europei più avanzati del 17,4%.
Secondo un’indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, la principale motivazione dei giovani che emigrano riguarda solo in minima parte (21%) la difficoltà a trovare un’occupazione in Italia.
Registra maggiore consenso la ricerca di un modello organizzativo più evoluto, capace di valorizzare competenze e responsabilità.
Al tempo stesso, i giovani espatriati segnalano l’opportunità di arricchire il proprio bagaglio personale con esperienze all’estero, in un mondo sempre più interconnesso.
Naturalmente, per alcune professioni – come quelle mediche – l’attrattività europea riguarda anche i divari retributivi.
Ma non vale per tutti i giovani, visto che a essere soddisfatto della retribuzione percepita è il 29%, mentre è generalizzata la segnalazione di un elevato costo della vita.
La disponibilità a ritornare in Italia riguarda i due terzi dei giovani all’estero.
Per invertire il flusso vengono richieste: retribuzioni competitive, merito e possibilità di crescita professionale, più cultura manageriale nelle aziende. È quasi un programma di rilancio del nostro sistema produttivo.








