Il commissario al Green Deal, Frans Timmermans, mercoledì ha presentato, assieme alla presidente Ursula von der Leyen, il piano “Fit for 55”, destinato a ridurre entro il 2030 le emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1990, per arrivare alla neutralità carbonica nel 2050. Obbiettivo che, ad esempio, la Cina si è di recente impegnata a raggiungere nel 2060.
Il piano entrerà in vigore non prima del 2026, fatti salvi eventuali inciampi in corso d’opera. Questo perché, a detta di Timmermans, «l’opposizione sarà fortissima». Il percorso è definito in tredici iniziative politiche, basate sul principio che “chi più inquina, più paga”, funzionale a disincentivare l’uso di sistemi produttivi inquinanti per sviluppare alternative sostenibili. E dal momento che la transizione comporterà costi anche molto alti, a carico non solo delle grandi industrie ma anche delle famiglie a basso reddito, il piano prevede l’istituzione di un Fondo sociale per il clima da 70 miliardi in dieci anni.
A finanziare questo fondo saranno i proventi dell’Emission trading scheme (Ets), un meccanismo di penalità sulla produzione di Co2 già in vigore per le centrali elettriche, e destinato ora a coprire pressoché la totalità delle emissioni carboniche. Sia nel settore delle abitazioni (caldaie, edifici non sostenibili che potranno quindi subire un aumento dei costi), che nel settore dei trasporti, con le automobili a combustione che entro il 2035 saranno fuori mercato, con gli aerei in decollo dall’Ue che entro il 2030 dovranno usare solo carburante verde, e con le navi che ne dovranno usare almeno il 50% entro il 2050.
L’altra leva del piano per ridurre l’inquinamento è l’introduzione di una sorta di dazi sull’import di prodotti realizzati in Paesi extra-Ue con standard ambientali più bassi. Il Carbon Border adjustment Machanism (Cbam) sarà una carbon tax di frontiera per prodotti come acciaio, cemento, alluminio e fertilizzanti, concepita per proteggere le aziende europee che sostengono i costi per i requisiti ambientali dalla concorrenza sleale delle aziende produttrici in Paesi privi, o quasi, di regole.








