Dario Di Vico (Corriere): «La pandemia ha generato una disoccupazione selettiva. I maggiori guai si concentrano sul trio giovani-donne-partite Iva»

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«Si può dire che la pandemia non ha ucciso il lavoro bensì per il combinato disposto della reattività delle filiere produttive e di scelte politiche ha generato un fenomeno di disoccupazione selettiva» scrive sul Corriere della Sera Dario Di Vico, cercando «la verità sul lavoro perduto».

Già, perché «il cambiamento nella classificazione degli occupati, deciso da tempo in sede europea, ha reso meno lineare l’interpretazione dei dati che l’Istat sforna mensilmente». Tradotto, «traslocare i cassaintegrati oltre i tre mesi da occupati a inattivi per un mercato del lavoro come il nostro è una discontinuità radicale», scrive Di Vico.

«La cittadella del lavoro manifatturiero e in qualche modo novecentesco ha tenuto, le imprese più strutturate hanno difeso la loro posizione nelle catene del valore internazionale e così la crisi dell’occupazione si è scaricata prevalentemente sull’hinterland del lavoro ovvero giovani, donne e partite Iva».

«Questa piccola verità non è stata adeguatamente focalizzata in questi mesi nei quali si è discusso per lo più del timing dello sblocco dei licenziamenti e delle aperture dei ristoranti» mentre «molto meno si è discusso di una polarizzazione del mercato tra lavori buoni e lavori deboli che ha delle conseguenze di lungo periodo». Questo, sottolinea di Vico, è «il tratto di fondo delle trasformazioni che ci attendono».

Infatti, «la realtà ci parla di differenti dislocazioni sul mercato dei vari segmenti della società a seconda degli choc esterni (lo abbiamo imparato catalogando dipendenti pubblici e pensionati come ‘i garantiti’ della pandemia) e la disoccupazione selettiva rientra nel novero di queste moderne disparità», tant’è – osserva l’editorialista – che «con ciò nessuno può sottovalutare il rischio che si apra un ciclo pesante di ristrutturazioni aziendali dentro la cittadella manifatturiera ma le stime sui possibili licenziamenti di tute blu sono nettamente minori all’enfasi esibita dai commentatori improvvisati».

E questo starebbe a significare che «i maggiori guai oggi si intravedono fuori dal perimetro dell’industria e si appuntano sul trio giovani-donne-partite Iva, che rappresenta il cuore dell’occupazione terziaria», segnala Di Vico.

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