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Dalla Banca d’Italia arrivano previsioni economiche in chiaroscuro: il taglio dei tassi è più vicino | Lo scenario

Il Pil sale quanto basta per evitare la recessione.

L’inflazione, invece, scende secondo le previsioni avvicinandosi sempre di più all’obiettivo del 2%.

Lo scenario disegnato dal Bollettino della Banca d’Italia, senza essere esaltante, descrive una zona di sicurezza che dovrebbe portare la Bce a tagliare i tassi a giugno.

Un percorso diverso rispetto a quello della Fed che, di mese in mese, rinvia l’inizio del processo di ammorbidimento monetario.

L’Europa, invece, cresce, seppure a passo di lumaca in un clima di crescente disinflazione.

Secondo quanto emerge dal rapporto di via Nazionale all’inizio del 2024 il Pil dell’area dell’euro ha continuato a ristagnare per la debolezza dell’industria, a fronte di segnali di recupero nel terziario.

Continua, invece, il sentiero discendente dei prezzi, soprattutto per i prodotti industriali e alimentari.

Viceversa i servizi, essendo meno esposti alla concorrenza internazionale, mantengono l’inflazione su livelli elevati.

Gli indicatori che stimano la dinamica di fondo dei prezzi al netto delle fluttuazioni più erratiche sono scesi marcatamente dall’inizio del 2023.

Secondo le proiezioni di marzo, quest’anno l’inflazione diminuirà al 2,3%, tornando in linea con l’obiettivo del 2% nel 2025 e nel 2026.

Il quadro non viene disturbato nemmeno dalle recenti tensioni in Medio Oriente.

In particolare i rischi che i danni e i rincari sul trasporto marittimo del Mar Rosso, causato dagli attacchi degli Houthi, portino a forti pressioni inflazionistiche “appaiono al momento limitati” e anche in uno scenario “particolarmente pessimistico” secondo la Banca d’Italia questo fattore aggiungerebbe 0,3 punti percentuali al carovita complessivo di tutta l’area euro.

In uno scenario meno pessimistico l’impatto è limitato a 0,15 punti percentuali.

“I rischi che il recente aumento dei costi di trasporto marittimo si traduca in forti pressioni inflative in Europa appaiono al momento limitati.

Innanzitutto – si legge – i rincari registrati da novembre, seppure molto marcati, risultano nettamente inferiori a quelli eccezionalmente elevati del biennio 2021-22.

Inoltre, non sono emersi ostacoli alla capacità dei porti di smistare i container in arrivo; secondo gli analisti del settore la capacità di trasporto via mare è attualmente più che adeguata ad assorbire le conseguenze dell’allungamento dei tempi di spedizione.

Infine, in presenza di una domanda globale debole, le scorte di magazzino delle imprese europee possono attenuare le possibili tensioni”.

Un’indagine condotta dalla Bce a inizio gennaio, ha registrato “un numero molto limitato di aziende” che segnalavano preoccupazione per le proprie catene di fornitura.

Gli economisti di Bankitalia, inoltre hanno effettuato “uno studio econometrico che mostra che nei periodi di bassa domanda o di alte giacenze, come quello in corso, la correlazione tra crescita dei costi di trasporto e inflazione è quasi nulla.

Il lavoro quantifica gli effetti dei recenti rincari nei noli marittimi sull’inflazione dell’area dell’euro, distinguendoli da quelli riconducibili a movimenti della domanda: l’impatto sull’andamento dei prezzi al consumo sarebbe molto contenuto.

Secondo queste valutazioni infatti anche in uno scenario particolarmente pessimistico, in cui i noli marittimi si stabilizzassero su livelli superiori al picco raggiunto in aprile la crescita dei prezzi alla produzione manifatturiera nell’area sarebbe, dopo dodici mesi, più alta di circa 1,4 punti percentuali rispetto all’ipotesi di costi di trasporto invariati dallo scorso ottobre, prima dell’inizio delle tensioni.

Ciò comporterebbe un rialzo dell’inflazione al consumo pari al più a 0,3 punti percentuali, dice Bankitalia.

Ma “uno scenario meno pessimistico, in cui i noli ritornassero sui livelli precedenti le tensioni entro la seconda metà del 2024, indurrebbe un aumento dell’inflazione al consumo al massimo di 0,15 punti percentuali”.

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