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Che fine ha fatto la «smart city»? | Gli italiani del futuro di Benedetta Cosmi

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In città si parla di capitale umano, sostenibilità urbana e nuovi modelli di welfare circolare.

Ma poco di urbanistica «intelligente».

Eppure la sfida è far coincidere il benessere dell’individuo con l’efficienza dello spazio pubblico.

Immaginiamo una città, dove l’architettura “mangia” lo smog, con le facciate in biossido di titanio, superfici che trasformano la luce solare in un processo di purificazione dell’aria, rendendo l’ospedale di Città del Messico un polmone per il quartiere.

(A Milano, o quasi, abbiamo costruito per Expo 2015 un esempio, oggi vi è Fondazione Human Technopole di cui l’edificio conserva il design originale a “foresta urbana”).

Immaginate poi i cittadini che praticano il «plogging» svedese che è una corsa (jogging) nella quale si unisce alla cura di sé, la cura dell’ambiente: consiste nel raccogliere rifiuti mentre si corre.

Oltre all’aspetto ecologico, sembrerebbe che ciò faccia bene al fisico perché aggiunge piegamenti e squat alla sessione di corsa.

Un’idea semplice ed economica che si trasforma in attivismo civico.

Come i frigoriferi di comunità spagnoli.

Qui, è l’eccedenza alimentare in un modello di prossimità che combatte lo spreco e la povertà alimentare, condividendo con il quartiere, vi è ancora una volta il superamento del possesso a favore dell’accesso.

Come per le Biblioteche degli oggetti del Nord Europa e il sistema di cauzione scandinavo (che trasforma il riciclo in valore economico immediato), l’economia circolare è una questione di educazione civica, incentivi corretti, alternative all’accumulo inutile: si prende in prestito ciò che serve, si restituisce alla comunità.

Non sono varie idee se diventa il progetto di una città che ha smesso di sprecare.

Spazio, tempo e «umanità».

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