Dopo il disastroso colpo subito dall’economia a causa della pandemia, la guerra in Ucraina ha scosso ancora una volta la stabilità del Paese. Secondo Gianfranco Cerea, noto economista, già presidente di Cassa del Trentino, preside della Facoltà di Economia dell’Università di Trento e storico insegnante di economia pubblica, intervistato da Il Dolomiti, «c’è in corso di definizione un nuovo equilibrio» e «l’Italia in questo momento sconta due errori di base: la dipendenza e energetica da pochi fornitori con la forte prevalenza della Russia e un mix energetico debole nella diversificazione».
Alle incertezze legate all’emergenza Covid, si aggiungono quelle causate dal conflitto. C’è il rischio di una crisi economico-finanziaria stile 2008?
«La crisi causata da Covid e anche quella innescata dalla guerra in Ucraina sono di tipo economico, anche se naturalmente con caratteristiche diverse. Ci sono gli strumenti per gestire queste dinamiche» dice Cerea a Il Dolomiti «quella pandemica è legata soprattutto al calo della domanda e sono state implementate diverse misure per fronteggiare questa specifica situazione: le correzioni hanno riguardato l’espansione della spesa pubblica e la riduzione della tassazione facendo debito, anche con l’aiuto dell’Unione europea».
Il conflitto nell’est del continente invece è più difficile da gestire: «Rischia di colpire la domanda e l’offerta in un contesto che vede la salita dell’inflazione: un mix che è lo scenario peggiore da affrontare» evidenzia l’economista «perché servono azioni estremamente equilibrate e coordinate di politica reale e monetaria per evitare la caduta dei redditi e l’erosione dei risparmi. Naturalmente c’è l’aspetto drammatico dal punto di vista umanitario e questo è primario, ma l’aggressione militare incide anche sulla salute dell’economia. È una situazione delicata e l’unica speranza è che la guerra finisca presto e che l’evento bellico non si allarghi, altrimenti è difficile individuare alternative».
Sull’efficacia e le conseguenze in Russia delle sanzioni, per Cerea «il Cremlino è un gigante geopolitico ma un nano economico, una nazione molto fragile. A ogni modo in caso di fallimento non ci sarebbero grandi ripercussioni per l’Italia: l’esposizione sul fronte dell’acquisto dei titoli di Stato russi è praticamente a zero». Intanto per affrancarsi dalla fornitura da Mosca, il governo valuta l’ipotesi di aprire in via temporanea le centrali di carbone e si è ritornati a pensare alle trivellazioni per estrarre il petrolio. Un piano che potrebbe portare Roma all’autosufficienza nel giro di 24-30 mesi.
«Sono decisioni che possono andare bene per dare risposte nel medio periodo e superare le criticità causate dalla transizione» afferma Cerea «ma serve urgentemente un piano differenziato e articolato che si basi sulle energie rinnovabili quali idroelettrico, eolico e solare: l’ambiente va naturalmente rispettato ma si devono trovare compromessi ragionevoli». Che sul territorio, secondo Cerea vede come «soluzione più logica e coerente con la conformazione morfologica della provincia» quella di «sviluppare le infrastrutture idroelettriche».
«Il Trentino» evidenzia Cerea nell’intervista a Il Dolomiti «può puntare sulle centrali e lavorare ancora più in piccolo sulle comunità energetiche per ridurre il fabbisogno. Ci sono ampi margini per sfruttare in questo senso la particolare offerta del nostro territorio. Non sono necessarie opere enormi e impattanti ma piccoli poli per rispondere alle necessità di produzione. Oggi ci sono le tecnologie e le metodologie per riuscire a rispettare l’ambiente e favorire la produzione rinnovabile e sostenibile».
Un’altra possibilità per il professore è quello di rivalutare il nucleare. È necessaria una riflessione in questo senso: l’Italia ha rinunciato per affidarsi agli idrocarburi e demandare tutto gli interessi delle compagnie petrolifere ma Francia e Germania utilizzano questa fonte e non ci sono mai stati problemi rilevanti. Bisogna basare le decisioni sulla razionalità e non sulla paura, sull’istinto o sull’emozione, altrimenti le scelte sono sempre sbagliate», conclude Cerea.
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