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C’è uno scontro dentro l’Europa sugli aiuti all’Italia. Ecco chi sono i Paesi che vorrebbero tagliarci i fondi

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La scena è stata immortalata, qualche giorno fa, su Twitter.

Il premier olandese viene avvicinato per strada da un camionista: “Oh, mi raccomando, non dare i nostri soldi agli italiani” dice il camionista.

Un sentimento diffuso: dicono i sondaggi che al 61 per cento degli olandesi la proposta della Commissione Ue per la ripresa post-Covid – il piano Next Generation di Ursula von der Leyen – non piace.

E, l’anno prossimo, in Olanda, si vota. Su questo sfondo, il summit dei leader europei di venerdì è stato un successo.

Nessuno dei 27 capi di Stato e di governo ha contestato la necessità e l’opportunità di un grande piano di rilancio delle economie europee, finanziato con il contributo di tutti.

E’ il bicchiere mezzo pieno, subito indicato dal commissario italiano, Paolo Gentiloni: sei mesi fa, questo consenso sarebbe stato improbabile. Il bicchiere mezzo vuoto è che il consenso finisce qui.

Quanto deve essere grande il fondo, come devono essere distribuiti i soldi, chi li deve prendere, per farci cosa, chi controlla, chi paga il conto?

Venerdì, ognuno dei 27 governi ha espresso la propria posizione e nessuno ha provato a rispondere a queste domande. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si è limitato a prender nota.

Comincerà a stendere una bozza di accordo solo nelle prossime settimane, nella speranza di chiudere la partita a luglio, prima delle vacanze, con uno o due vertici, questa volta non virtuali, ma in carne ed ossa.

Il messaggio, però, è chiaro.

L’Italia potrà contare, nel 2021, sull’aiuto europeo, ma non è detto che possano essere spesi a discrezione del governo italiano e neanche che siano davvero i 172 miliardi di euro che Roma si aspetta.

I 750 miliardi da spartire sono ancora, infatti, solo una proposta.

Merkel e Macron ne avevano suggeriti 500. E’ stata la Commissione a rilanciare a 750. Ma una buona fetta di paesi – a Nord come a Est, le aree meno colpite dall’epidemia  – pensa ad un impegno più contenuto, anche per non modificare troppo il normale bilancio comunitario.

E, in ogni caso, Austria, Olanda, Svezia e Danimarca vorrebbero contenere al massimo la quota di sovvenzioni a fondo perduto, allargando quella dei prestiti.

Per una questione di finanziamento, ma anche per una ragione di principio: i prestiti inducono ad una maggiore disciplina di spesa – sostengono i quattro paesi definiti “frugali” – i beneficiari.

Ma chi sono, appunto, i beneficiari? A occhio, certamente, Italia e Spagna, i paesi più colpiti. Ma la formula studiata dalla Commissione (quella da cui risultano i 172 miliardi di euro per l’Italia) è stata contestata venerdì non solo dai quattro governi “frugali”, ma anche da altri, come Belgio e Irlanda.

La suddivisione, secondo i tecnici della Commissione dovrebbe tener conto, soprattutto, del pil pro capite e della disoccupazione media dal 2015.

In altre parole, dicono i critici, di dati (quelli sul Pil 2020 si avranno solo nel prossimo inverno) precedenti all’epidemia e, dunque, non direttamente ed esplicitamente legati ai danni del virus.

Il sottinteso è che il piano anti-Covid non deve servire a premiare, invece, paesi come l’Italia che – nella diffusa percezione europea – non hanno fatto le riforme che dovevano fare, prima dell’epidemia.

Infatti, una battaglia che già si intravede riguarda le condizioni degli aiuti, ovvero la loro utilizzazione e chi la controlla.

Nel piano di Ursula von der Leyen il monitoraggio della spesa fa capo alla Commissione e i parametri sono, sostanzialmente, quelli contenuti nelle raccomandazioni che la stessa Commissione rivolge ogni anno ad ogni singolo paese.

Le raccomandazioni sono, però, sempre piuttosto vaghe e questa lascia nelle mani della Commissione, di fatto, un’ampia discrezionalità nell’autorizzare o meno un programma.

I paesi “frugali” vorrebbero avere, invece, più voce in capitolo nell’utilizzo degli aiuti, condizionandone la destinazione. Bene, dunque, gli investimenti green, quelli sul digitale, le infrastrutture.

Ma, venerdì, il premier olandese, Rutte è tornato su un’agenda di riforme, assai popolare in Europa, quando si parla di Italia: pensioni, mercato del lavoro, regolamentazione del sommerso. Temi, in Italia, politicamente non facili da percorrere.

Anche sul tema fisco, interventi sul cuneo o sulle tasse per le imprese paiono più accettabili a certa opinione pubblica europea di una riforma complessiva dell’Irpef, finanziata con i soldi Ue.

Tanto più se i soldi fossero sovvenzioni a fondo perduto, piuttosto che prestiti. Al di là dei principi sulla responsabilità di usare bene i soldi, la differenza fra sovvenzioni e prestiti è chi rimborsa gli investitori che sottoscriveranno le obbligazioni con cui la Commissione intende finanziare il Next Generation.

A rimborsare i prestiti provvederanno, quando sarà il momento, i paesi che li hanno contratti con la Ue che, in questo caso, si comporta come una intermediaria.

Le sovvenzioni, invece, sono a carico del bilancio comunitario, ovvero dei contribuenti di tutta la Ue. Quindi, ogni paese deve aumentare, in misura corrispondente, il proprio contributo al bilancio.

Oppure il resto del bilancio, quello non collegato al Next Generation, si restringe.

Qui, sono in ballo interessi nazionali assai concreti. Nessuno vorrebbe dare più soldi alla Ue, rimpolpando il bilancio.

Ma paesi come l’Olanda temono che un dimagrimento del bilancio comporti un dimagrimento anche degli sconti di cui, oggi, fruiscono nel calcolo dei contributi nazionali al bilancio Ue.

E paesi come Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia temono che un dimagrimento del bilancio comporti una riduzione dei fondi per lo sviluppo che Bruxelles assegna ogni anno ai paesi ex-comunisti.

Se il bilancio Ue non si può restringere, ma neanche allargare, come si fa a farci rientrare i soldi per rimborsare le sovvenzioni del Next Generation?

La Commissione ha una risposta semplice, ma contestatissima: datemi risorse indipendenti. In altre parole, tasse che gestisce Bruxelles in prima persona.

Negli ambienti della Commissione si parla di una tassa specifica sulle multinazionali che beneficiano del mercato unico europeo, di una imposta sui giganti del digitale, di un allargamento dei vincoli sulle emissioni di CO2, di una tassa sui rifiuti di plastica.

Il punto è che, finora, i governi hanno sempre rifiutato di concedere alla Commissione un potere autonomo di imposizione fiscale.

Al di là del dramma dell’emergenza, questa è, forse, una delle partite decisive della costruzione europea.

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