Nell’attuale dibattito sulla pace e sulla guerra sollecitato in termini appassionati e contraddittori dal conflitto in corso ormai da più di 100 giorni nell’Ucraina aggredita dalla Russia, si può con qualche utilità leggere il contributo di pensiero all’attualità della pace contenuto nel recente volume scritto dal giornalista Carlo Di Cicco, nostro collaboratore, con il titolo “Da Pinocchio a Pax Christi – La lunga marcia della pace” pubblicato dall’editrice All Around (190 pagg. 16 euro). Di questo volume pubblichiamo volentieri un capitolo dal titolo “Presente e futuro” (pagg 100-107).
Viviamo in un nuovo Medio Evo, nel senso di età di mezzo tra un mondo che è stato e un mondo diverso non ancora compiuto, soltanto al suo primo stadio e confusamente percepito. La caduta del Muro di Berlino ha accelerato in Occidente l’incertezza sulla propria leadership. La globalizzazione ha scosso le certezze secolari che hanno alimentato i nazionalismi senza spazzarle via e senza la capacità di sostituirle con rinnovate identità. Traspira nella Chiesa e nelle società secolari un’aria d’insicurezza e di pericoli, ma senza uno sforzo adeguato per individuare vie di uscita, il caos crescerà, la decadenza con la paura dell’ignoto paralizzerà il futuro. Compito dell’oggi è il pensare la pace al futuro, seminare semi di pace che fioriranno un domani, avere coraggio di costruire ponti, abbattere i muri, diventata una bandiera programmatica di papa Francesco.
Il nome nuovo della pace è custodire la casa comune, salvare la fraternità universale, stabilire una cittadinanza globale.
Per rendere effettivi questi ideali umanistici e cristiani occorre promuovere comportamenti conseguenti e giuste regole condivise, rispettose dell’ambiente, dell’etica, della democrazia. C’è un pizzico di pigrizia nella tendenza a ripiegarsi su passate eredità diventate stanchi rituali, senza aprirsi ai segni dei tempi. Il presente cambio di epoca lento e brusco stana dall’accidia, incalza per sensibilità aperte a nuove sollecitazioni: non basta più ripensare; occorre presagire, vivere il presente come base del futuro che viene. L’aggiornamento lasciato in eredità da papa Giovanni XXIII al concilio, quale compito storico, interroga anche gli artigiani della pace: quale pace per quale tempo. L’avanzamento progressivo della scienza nelle biotecnologie, il degrado nel clima, la contiguità sempre più invasiva nella vita dell’uomo della rivoluzione informatica, la globalizzazione dell’informazione simultanea, la possibilità di manipolazioni e controlli di massa, reclamano una reattività impellente a immaginare un futuro umano idoneo, piuttosto che riciclare il passato in salse rimasticate.
L’era del cyborg, quando l’uomo e il robot vivranno in consolidate simbiosi, non può cogliere l’umanità di sorpresa. Occorre avviare una marcia di avvicinamento responsabile a questa era in cui la libertà resterà, forse, – con la speranza e l’amore non confuso con l’istinto sessuale – l’unica dimensione umana non trasferibile nella tecnica. La pace che è speranza, amore e libertà e risultato di una loro miscela, resta un bene auspicabile anche nel futuro tecnologico.
In presenza dell’homo informaticus, cittadino dell’infosfera, nella mutata percezione dei confini e delle frontiere, la storia della pace reclama l’impegno a trascrivere lotte e linguaggi, sperimentati una volta come efficaci, in un circolo comunicativo nuovo. I vocaboli tipici degli artigiani di pace del tempo industriale – nonviolenza, resistenza attiva, verità, disobbedienza civile, disarmo, obiezione di coscienza, giustizia, accoglienza -, in una parola tutto ciò che è stato riconosciuto nobile e giusto nell’umanesimo moderno, attende una trasposizione in linguaggi capaci di manifestarne tuttora l’efficacia per un mondo migliore. Trovando parole sperimentate e neologismi, ispiratori di comportamenti adeguati. Non è forse tempo che gli artigiani della pace si preparino a diventare traghettatori dell’umano nell’era informatica?
La denuncia della pericolosità incombente delle armi nucleari rimane attuale. Lo strapotere dei fabbricanti di morte, con sofisticate armi convenzionali, tiene tuttora ingessata l’economia mondiale sollecitata ogni lasso di tempo a rinnovare gli arsenali, mandando al macero i vecchi ordigni sostituiti con altri più moderni e micidiali. I Trattati sulla riduzione degli armamenti nucleari, biologici o convenzionali che nei decenni della Guerra fredda avevano evitato conflitti mondiali, da qualche tempo sembrano cimeli politici inutili e superati. In realtà le grandi potenze stanno rinnovando i loro arsenali e solo quando sarà raggiunto un livello di profitto soddisfacente dal commercio, si avanzeranno proposte per bilanciamenti e trattati bilaterali e multilaterali. Non si va dunque verso un disarmo progressivo, ma verso armi sempre più micidiali e di rapidissimo impiego. Continua il balletto dell’ipocrisia internazionale.
L’ha denunciata in maniera autorevole papa Francesco sempre più simile a un Gandhi cristiano dopo aver definito immorale non solo l’uso ma pure il possesso di armi nucleari. «C’è quel detto romano – ha ricordato di recente -: si vis pacem para bellum. Lì non siamo stati maturi, le organizzazioni internazionali non riescono, le Nazioni Unite non riescono. Fanno tante mediazioni meritevoli Paesi come la Norvegia, sempre disposta a mediare. A me – confessa Francesco – piace ma è poco, bisogna fare ancora di più. Si pensi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: se c’è un problema con le armi e tutti sono d’accordo per risolvere quel problema e per evitare un incidente bellico, tutti votano di sì; uno col diritto al veto vota no e tutto si ferma.
Non so giudicare se è buono o no, è un’opinione che ho sentito, ma forse le Nazioni Unite dovrebbero fare un passo in avanti rinunciando nel Consiglio di Sicurezza al diritto al veto di alcune nazioni. Ho sentito questa come una possibilità. Nell’equilibrio mondiale ci sono argomenti che in questo momento non sono capace di giudicare. Però tutto quello che si può fare per fermare la produzione delle armi, per fermare le guerre, per favorire il negoziato, con l’aiuto dei facilitatori, questo si deve fare sempre e dà dei risultati. Una cosa brutta è l’ipocrisia “armamentista”. Paesi cristiani, Paesi europei che parlano di pace e vivono delle armi, questa è ipocrisia, una parola evangelica, Gesù la diceva nel capitolo 23 di Matteo. Bisogna finire con questa ipocrisia. Ci vuole il coraggio di dire: “Non posso parlare di pace, perché la mia economia guadagna tanto con le armi”».
Sulle armi si gioca al mondo la più grande commedia dell’ipocrisia. Tutti si dichiarano per la pace. In realtà ogni Paese in grado di farlo aumenta i profitti dalla produzione e vendita di armi. Non conosce crisi la spesa militare mondiale.
L’Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace (Sipri) nel suo rapporto annuale del 2018 confermava che sono aumentate del 4,6 per cento le vendite in tutto il mondo di fucili, pistole, cannoni, carri armati, aerei e navi da guerra.
I cento maggiori produttori di armi del mondo hanno fatturato lo scorso anno circa 420 miliardi di dollari statunitensi.
Rispetto al 2002, anno in cui il Sipri stilò il primo di questi rapporti, l’incremento delle vendite di armi è arrivato al 47 per cento, con un fatturato totale che ha superato i 1800 miliardi di dollari.
Analizzando la serie di dati relativi alla spesa militare mondiale, alla produzione e ai trasferimenti internazionali di armi, legali e illegali, e alle forze nucleari, nonché le analisi aggiornate su aspetti importanti del controllo degli armamenti «non sembrerebbe esserci nel mondo alcun processo di disarmo».
È evidente che non possono essere più soltanto le armi al centro dell’impegno e della denuncia civile, senza spiegare e allargare la coscienza comune sul ciclo della loro innovazione, produzione, commercio e impiego tuttora rilevante nel traino dell’economia attuale e nella configurazione di un mondo virtuale parallelo e incombente. La conferma che siamo in piena fase di ammodernamento degli armamenti e delle conseguenti strategie di guerra è sempre più chiara. Ne è un segnale inquietante l’impiego militare di droni sempre più precisi che prefigurano la futura dinamica dei conflitti armati combattuti da tecnici sofisticati anziché da militari tradizionali. E viene evidenziata da consistenti voci del varo del Belgorod, un gigantesco sottomarino russo dotato di un’atomica micidiale 150 volte più potente della bomba di Hiroshima, capace di creare lo tsunami nucleare. Naturalmente immediata la risposta americana.
Il Pentagono avrebbe stanziato fondi per realizzare quanto prima diversi esemplari di un apparato innovativo chiamato Xluuv, capace di contrastare efficacemente il sottomarino Belgorod.
Il rifiuto delle armi resta un dato basilare e previo nei movimenti per la pace, ma va compreso e attivato nel circolo del commercio internazionale che non cessa di affinarsi per restare redditizio. Le armi e la loro evoluzione, tra le più tempestive della ricerca tecnologica e tanto appetibili nel mercato mondiale, sono l’espressione conclusiva e mortifera di un percorso, l’ultimo anello della devastazione non dichiarata dell’umano in nome del guadagno individuale; l’esito distruttivo di una cittadinanza dell’odio e dell’egoismo propagandati per nobile valore patriottico. Il denaro è in grado di mistificare anche l’amor di patria. Le piccole patrie sono strumentali alle magnifiche sorti e progressive che la globalizzazione del commercio lascia intuire.
Globalizzare la pace come esigenza comune dell’umanità è importante, ma non più sufficiente se resta soltanto definizione di principio. Si riuscirà infatti a realizzare – a piccoli passi – una informazione verificata, globalizzata di pace? Pertanto serve saper assicurare la pace preventiva dei conflitti e non solo curativa delle ferite causate dalle guerre territoriali che procurano morti, distruzioni, oltraggi senza fine. A tale scopo, essere operatori di pace oggi richiede sostenere il primato umanistico nel dibattito mondiale quando si parla di tecnica, di commercio, di valore della democrazia, rispetto dell’ambiente, differenza di genere, ripristino del libero circolare di persone nel mondo.
Si presume che una governance trasparente del mercato mondiale delle armi (obiettivo difficilissimo) sarà sempre più regolata e dipendente dalla governance di Internet, con cui l’antropologia in tutte le sue branche è chiamata a fare i conti. La presenza ispiratrice di artigiani di pace nella definizione e nella gestione internazionale e territoriale del Web si rivela sempre più opportuna e necessaria.
Per la politica democratica e la garanzia dei diritti umani si profila urgente la regolazione tra pubblico e privato di Internet dove, attualmente, la partita si gioca sostanzialmente nella concorrenza tra privati, mentre il pubblico fatica a riequilibrare l’intero settore. L’uomo è un bene indisponibile a interessi privati per quanto potenti e deve restare tale. Su Internet si gioca la partita più importante e delicata per configurare l’uomo futuro e la comunità globale del domani.
Si profilano i pericoli di un eccessivo potere privato che va svuotando e indebolendo la partecipazione democratica e la forza rappresentativa delle istituzioni internazionali.
Pertanto gli amanti della pace, e Pax Christi tra loro, sono convocati a fare opinione competente in questa sorta di medioevo tecnologico. È già ora di assumersi, ciascuno per la sua parte, il compito di salvaguardare la qualità della vita e la libertà umana nei percorsi dell’evoluzione tecnica e biologica dove sempre più contano élite minoritarie economiche, scientifiche e tecniche, capaci di orientare grandi masse specialmente sui social e le piattaforme informatiche.
A differenza delle “avanguardie” leniniste necessarie per una rivoluzione sociale vittoriosa, le avanguardie della tecnica informatica hanno giocato per il privato anziché per il popolo. Tanto meno per gli esclusi. Consolidandosi, l’influenza di pochi padroni della tecnica può riscrivere l’universo culturale di miliardi di persone.
L’uomo si trova a un bivio imprevisto: rifondare la sua autocoscienza nel regno della tecnica o assoggettarsi alla tecnica, che in ultima istanza risponde al denaro. Il genere umano, definito con lungimiranza da Giovanni XXIII «unica famiglia umana» di riferimento supremo della politica e dell’economia, rischia di scolorirsi in una vuota definizione, priva di sostanza se pochi decidono per tutti e sono in grado di accaparrarsi le risorse vitali destinate a tutti.
Manipolare conoscenza e libertà oramai è possibile senza ricorso alle armi che sparano. La tecnologia e le biotecnologie hanno un potere di manipolazione tale che, di fatto, predeterminano perfino il ricorso eventuale alla bomba della distruzione finale.
Il nuovo alfabeto per la pace si regge sul pensiero e sull’elaborazione di come salvaguardare insieme l’ambiente, la libertà dell’uomo e la sua umanità nella nuova era tecnologica, quando le decisioni verranno prese in crescendo da un algoritmo impersonale. In quel tempo – sempre meno avveniristico – forse la gente sarà illusa a ritagliarsi piccoli spazi di libertà e conoscenza individuale, piuttosto che vigilare sul pericolo comune della bomba distruttiva. La pace non sarà più soltanto sotto il segno del silenzio delle armi, ma sotto la capacità di ridurre la manipolazione collettiva dell’uomo.
Il futuro potrebbe riservare l’era in cui l’uomo non sarà più arbitro e artefice unico del proprio destino, ma ridotto a vivere un tempo nel quale, liberato dalla schiavitù dei secoli passati, frutto amaro dovuto a culture retrogradi e razziste, potrebbe regredire a un nuovo asservimento prodotto dalla tecnica: le macchine potrebbero disporre dei propri costruttori. O almeno condizionarli pesantemente.
La pace, per cominciare, ha bisogno di trovare una nuova narrazione alternativa, nuove vie di resistenza attiva al capitalismo che non cessa di nutrirsi e riprodursi entro lo spazio del Web.
Recuperare la centralità della persona libera da una visione padronale del creato, dentro un pianeta rigenerato, non è un traguardo scontato, né facile. Il porto della pace, liberata dalle ambiguità del mito, rimane lontano. Occorre remare e tanto, in controtendenza a un sistema avvolgente che dissimula la violenza globale frammentandola nella microcriminalità e nella cultura del sopruso quotidiano. In un orizzonte dove la vita umana vale meno del denaro, la strada della pace è in salita, gli accordi fragili, i dialoghi insinceri.
Nelle versioni neoliberiste del capitalismo le luci del benessere luccicano per tutti, ma partecipare alla festa è riservato a una parte minoritaria dell’umanità. I poveri debbono contentarsi di brevi e rare distrazioni o di nessuna distrazione.
Nasce da questa condizione maggioritaria l’opportunità di poter contare su operatori di pace capaci di contagiare in allegria la gente. Già provata dalla vita. Allegria che nei credenti nasce dalla coscienza di testimoniare l’amore del Dio della vita nel quale credono. Disarmati in un sistema avverso e attrezzato per dare felicità a ricchi e benestanti.
Per un Movimento chiamato Pax Christi il sapersi rivestire di umiltà, di una buona dose d’umorismo nei confronti di se stessi e del futuro, rimane una sfida quotidiana.








