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[L’analisi del vaticanista] «Il Quirinale e la regola di Draghi. Ispirata a Paolo VI»

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Sale la febbre da Quirinale. In uno scenario incerto. Perfino la politica annaspa, tuttora scossa dalla mancanza di un orizzonte dove portare il Paese. La gente sente distanti se non estranei i partiti, logorati dall’assenza di memoria e in cerca di ridefinire la propria identità rendendola capace di scrutare il futuro. Alla passione politica largamente sentita nel passato quasi remoto e subentrata l’indifferenza crescente. Si respira gelo e lontananza insieme a un certo fatalismo. Sarà quel che sarà. Sempre meno la coscienza che sarà ciò che vorremo. Non fa sognare la politica frammentata dei partiti e neppure rassicura, prigioniera di schermaglie infinite e incline a un presenzialismo logorante sui media.

Partiti in crisi pure sulla scelta da fare per il Quirinale. Si tratta di una scelta per una garanzia comune e non di parte. E proprio questo potrebbe trasformare l’imminente elezione al Colle un rischio di ulteriore scollamento civile. Ai cittadini rimane la speranza che alla fine le cose andranno per il meglio. Forse servirebbe una maggiore capacità di discernimento negli attori del grande circo mediatico che talvolta confonde il Paese con un gigantesco salotto a cielo aperto. I giornalisti possono fare molto per spezzare il cerchio di parole ridondanti e pungolare la politica offrendo serie chiavi di lettura ai lettori e ascoltatori.  In realtà il discernimento è meno proposto della baruffa.

La foresta comunicativa diventa intrigata e il pluralismo dell’informazione, patrimonio costituzionale, si trasforma in partitismo informativo. Una prova si è avuta in occasione della conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio – l’italiano più gettonato in questo tempo di crisi – trasformata in una sorta di oroscopo sul Quirinale. In ogni maniera Mario Draghi nei mesi trascorsi a Palazzo Chigi si è sottratto allo stile diffuso di protagonismo tipica di chi, anziché a proporre e realizzare buone politiche, pensa a pubblicizzare la propria immagine.

E così è entrato nel tritacarne della lista aspiranti al Colle. Più che la riflessione critica è prevalsa l’interpretazione delle sue parole. Colle sì, Colle no; candidatura sì, candidatura no. Solo uno sprovveduto avrebbe potuto manifestare la sua voglia di Quirinale. E infatti il Presidente del Consiglio non ha avanzato in alcun modo la sua candidatura. Non ha mutato status rispetto a quello che in febbraio gli era stato riconosciuto con la chiamata a formare il Governo.

Colle o Palazzo Chigi? Draghi è rimasto fedele al suo mandato che rimane pensiero dominante: “Quello che conta è che ci sia un sostegno largo al governo, come quello che riceve questo governo da una maggioranza ampia, che ringrazio. Abbiamo creato le condizioni perché questo lavoro continui a prescindere da chi c’è”. Un modo per dire che tutti sono necessari ma nessuno è indispensabile, piuttosto che un’indicazione indiretta che lui si ritiene soddisfatto del lavoro compiuto e quindi in corsa per il Quirinale.

Poi l’ulteriore precisazione che spiega e rafforza la precedente: “Il mio destino non conta assolutamente nulla. Non ho aspirazioni né per una cosa né per l’altra. Sono un uomo, un nonno a servizio delle istituzioni. Sarebbe un’offesa all’Italia dire che tutto è legato a un singolo individuo”. Carte in tavola per evitare la narrazione di un Draghi Superman della politica o dell’economia. E’ la regola di Draghi. Esigente perché richiede misura e competenza. Egli – alla pari di altri politici di ispirazione cristiana – è tra coloro che hanno preso sul serio la definizione di Paolo VI che considerava la politica la più alta espressione della carità.

Nel senso che si tratta di un impegno pubblico a dedicarsi al prossimo pienamente, per realizzare il bene comune e non le ambizioni personali. Per cogliere il senso dei gesti misurati del Presidente del Consiglio occorre più che avventurarsi in ipotesi probabilistiche, verificare se nel passato si sia attenuto a questo stile che guarda al bene comune prima che ai propri interessi e se in questa vigilia elettorale per il Colle stia mostrando di aver abbandonato tale regola e tale stile per lucrare la Presidenza della Repubblica.

Se così fosse sarebbe anche egli della numerosa congrega di trasformisti, vero vulnus del potere politico. Quali sono gli eventuali comportamenti trasformisti che giustificano il dubbio? E in presenza perché non denunciarli? Invece Draghi trova normale occuparsi del Governo che gli è stato affidato. “Il governo dipende dal Parlamento” risponde in proposito e non sarà lui a decretarne la fine. Anzi sollecitato dai cronisti sull’ipotesi di un Capo dello Stato che manovri l’azione dell’esecutivo chiarisce ulteriormente: “No, il governo è parlamentare. Il capo dello Stato è un garante e Mattarella è stato il miglior esempio di questo ruolo”. Si lascia guidare dalla Costituzione e non dall’ambizione personale, pure legittima qualora ci fosse.

La consonanza con Mattarella consiste su una solida convinzione ideale e non affaristica: si sta in politica e nelle istituzioni per lavorare di più e meglio al servizio del bene comune che nel nostro Paese coincide con il bene della Repubblica italiana e di ogni suo cittadino. Draghi è sensibile al richiamo di Moro sui doveri dei cittadini – politici compresi – da considerare e praticare al pari dei diritti se si vuole che l’Italia si salvi come comunità e non come insieme di lobby affaristiche che sfruttano il pubblico per il privato interesse.

Lo stile di Draghi è un richiamo all’austerità di parola e all’efficacia dell’azione per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ il famoso articolo 3 della Costituzione che indica il compito primario della Repubblica che la politica sembra aver dimenticato e accantonato. Girandola di chiacchiere su come aggiornare la Costituzione anziché un serio progetto di verifica comune tra le forze politiche su quanto si è fatto e quanto invece resta da fare per rendere attivi i “principi fondamentali” della Costituzione. “Elementare! Watson” direbbe Sherlock Holmes. Draghi è tra quelli che preferiscono fare per recuperare il tempo perduto anziché parlare al di fuori del proprio ruolo e delle proprie competenze.

Andare al Colle oggi, come ha lasciato intendere Mattarella nell’ultimo messaggio agli italiani, significa muoversi in tale prospettiva. Se il dibattito tra le forze politiche dà la sensazione di trattarsi, invece, di sistemare nomi in caselle spartitorie, di avvicendamenti di leader per rivalse personalistiche o per nuove cordate di potere, non si vede perché si debba ridurre la questione a Draghi sì, Draghi no. Draghi a Palazzo Chigi, Draghi al Quirinale. Gli italiani vorrebbero capire il perché di qualsiasi scelta. L’informazione dovrebbe aiutare a capire senza veli le dinamiche politiche in atto e rappresentare alla politica l’urgenza che finalmente si allinei al buon senso richiesto alla politica da buona parte degli italiani.

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