Il generale Vincenzo Camporini, da ex capo di Stato Maggiore sia dell’Aeronautica che della Difesa, oggi consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Italia-Usa, ha commentato l’attuale contesto afghano e le azioni degli Stati Uniti. In merito agli «strike mirati con i droni» spiega come questa pratica non sia una novità per gli americani, «hanno preso da anni questa strada e credo che anche altri Paesi dovranno adeguarsi, perché così saranno combattute le guerre del futuro, senza più grandi forze terrestri».
in una intervista al Mattino commenta gli attacchi che stanno compiendo gli Usa in Afghanistan: «Solitamente per questo genere di azioni, come quelle che si stanno compiendo in Afghanistan, sono utilizzati i droni Predator, lunghi circa 8 metri e con un’apertura alare di 15. Hanno un’autonomia di volo di circa 24 ore ed essendo armati consentono di poter agire immediatamente anche a 15 chilometri d’altezza riuscendo a colpire obiettivi piccolissimi come una foglia anche da enormi distanze».
Da dove partono i droni americani?
«Sono segreti militari, ma tra le varie basi disposte in quella zona o grazie alle tante portaerei disposte in ogni parte del mondo non è difficile pianificare una simile strategia anche contro l’Isis K che sta emergendo in Afghanistan».
L’Italia ha a disposizione simili tecnologie?
«L’Italia ha in dotazione diversi Predator e negli ultimi anni si sta cercando di armarli anche grazie ai software americani. Magari li avessi avuti a disposizione quando ero Capo di Stato Maggiore, forse proprio in Afghanistan avremmo salvato delle vite. A quel tempo i nostri droni individuarono dei talebani che piazzavano degli ordigni e subito il Comando operativo inviò le Forze Speciali. I talebani si rifugiarono in un compound e furono eliminati, ma nello scontro a fuoco perse la vita anche un nostro soldato. Se i droni avessero potuto colpire subito, anziché dover rientrare, saremmo intervenuti direttamente dall’alto. Il problema ora non è solo di armamenti, ma di avere una strategia in grado di poter contare di più».
L’orizzonte è l’Esercito europeo?
«No, l’orizzonte deve essere prima avere una politica estera condivisa a livello europeo altrimenti si costruisce il tetto prima delle fondamenta. Già da alcuni anni sono stati creati dall’Ue i ‘Battle Group’ ma non hanno mai trovato impiego proprio perché dal punto di vista strategico non c’è unità di interessi comuni su come utilizzarli. Per questo credo che almeno Italia, Francia e Germania dovrebbero dare il via ad una comune strategia non solo perla crisi afghana ma anche per controllare il Mediterraneo».
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