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[La scheda] Afghanistan: ecco perché dopo 20 anni di guerra è uno dei Paesi più poveri del mondo

Dopo 20 anni di conflitto, l’Afghanistan rimane uno dei Paesi più poveri del mondo. Nonostante la crescita economica collegata alla presenza delle truppe straniere e agli aiuti miliardari, il Paese risulta avere un Pil di meno di 20 miliardi di dollari, una disoccupazione di quasi il 25% e un 50% della popolazione sotto la soglia di povertà.

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, che ha in campo un ampio programma di aiuto per il Paese, per quest’anno sarebbe dovuta tornare una crescita del 4%, ma già prima del precipitare della difficile situazione interna di queste settimane il Paese si trovava a dover affrontare importanti sfide

L’agricoltura arretrata e le piantagioni d’oppio

Al centro dell’economia dell’Afghanistan c’è ancora il settore agricolo che, pur pesando per poco più del 20% del prodotto interno lordo, occupa secondo i dati della Banca Mondiale il 44% degli occupati e contribuisce al reddito del 60% delle famiglie. Negli anni che non sono colpiti dalla siccità, dai campi afghani arrivano cereali, frutta e ortaggi, che vengono anche esportati, ma una delle principali coltivazioni del Paese rimane quella dell’oppio.

Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per sradicare le piantagioni di papaveri e per stroncare un commercio che ha ampiamente finanziato i talebani, l’Afghanistan rimane il principale produttore d’oppio mondiale. Secondo i dati dell’Undoc (l’ufficio su Droga e Crimine delle Nazioni Unite), nonostante la pandemia lo scorso anno le coltivazioni di papaveri sono cresciute del 37%, ma nonostante l’aumento sono state minori del record del 2017, quando le vendite hanno raggiunto circa gli 1,4 miliardi di dollari, pari al 7% del Pil del Paese; secondo le stime dell’ente Onu, il valore dell’industria dell’oppio, considerato anche il resto della filiera, quell’anno è arrivato a 6,6 miliardi di dollari.

Gli aiuti internazionali

Con un afflusso di aiuti dal 2002, l’Afghanistan ha sostenuto una rapida crescita economica: fra il 2003 e il 2012 la crescita media annua è stata del 9,4%, spinta dal settore dei servizi. Nell’ultimo decennio, però, secondo la Banca Mondiale «una serie di fattori ha rallentato il progresso economico e sociale, con l’economia in crescita solo del 2,5% annuo tra il 2015-2020».

I flussi di aiuti sono diminuiti da circa il 100 per cento del Pil nel 2009 al 42,9 per cento del 2020, con un calo che «ha portato a una prolungata contrazione del settore dei servizi, con un conseguente deterioramento dell’occupazione e dei redditi».

Su questo fronte la situazione non si presenta rosea per i prossimi anni: gli ultimi impegni presi dai donatori internazionali, alla conferenza di Ginevra del novembre scorso, riguardavano un solo anno del periodo 2021-2024, con i futuri impegni subordinati al raggiungimento da parte del governo di progressi negli sforzi per combattere la corruzione, ridurre la povertà e portare avanti i colloqui di pace in corso.

Prima della riconquista del Paese da parte dei Talebani la previsione era di un calo del sostegno agli aiuti di circa il 20% rispetto al precedente periodo d’impegno (15,2 miliardi di dollari nel periodo 2016-2020).

Le risorse naturali

L’Afghanistan è ricco di risorse naturali che non vengono sfruttate, a partire dal gas naturale, la cui industria aveva iniziato a svilupparsi fra gli anni ’70 e gli anni ’80, quando era arrivata a pesare per oltre metà dell’export, ma che è poi collassata dopo l’uscita delle truppe sovietiche del Paese. Nel 2020 per la prima volta sono ripartite le estrazioni, nella parte nord del territorio. Secondo i dati del Geological Survery degli Stati Uniti, le risorse minerarie dell’Afghanistan valgono 908 miliardi di dollari, ma il governo di Kabul stima un valore di oltre 3mila miliardi.

«Gli investimenti nell’industria estrattiva, che hanno un grande potenziale, sono stati frenati dalla crescente insicurezza», ha scritto in un recente report il Fondo monetario internazionale. Nel Paese ci sono giacimenti di carbone, rame, petrolio e gas naturale, oltre a importanti giacimenti di terre rare, ancora non sfruttati: secondo un memo del Pentagono, potrebbe essere “l’Arabia Saudita del Litio”.

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