Il dubbio e la capacità di critica sono indispensabili anche nel dibattito pubblico sul covid. Lo sostiene il filosofo Massimo Cacciari, che rimarca questi elementi. «La ricerca scientifica» ci ricorda il filosofo «è l’anima del progresso tecnico che a sua volta lo è dello sviluppo economico, e il loro sistema plasma e modifica la nostra cultura, le nostre visioni del mondo, le forme di vita. Nel giudicare tale sistema e il modo del suo procedere, “complottisti” e cantori della Scienza come Verità incorrono nel medesimo pregiudizio vetero umanistico: che le cose accadano sulla base di calcoli e progetti saldamente in mano a un Soggetto “armato” di tutte le informazioni necessarie e di tutti i mezzi per realizzare i propri piani. C’è da una parte il grande Vecchio “cattivo” e dall’altra l’Ego o super Ego “buono”, quello del puro Sapere».
«Il primo, fortunatamente, è facile da demolire, il secondo va invece criticato – ed è affare assai arduo, anche se tutta l’epistemologia contemporanea si regge su questa critica, e cioè sull’analisi dei limiti statistico probabilistici della scienza, limiti che rendono assai evanescente lo stesso confine tra scienze esatte e scienze congetturali. L’esigenza di uscirne al più presto e il bisogno biologico di sicurezza producono una prepotente domanda di certezze, che però si può mutare molto rapidamente in richiesta di asserzioni risolutive, innegabili. Ciò che è per sua natura complesso viene allora ridotto a uno, semplificato all’osso», scrive su La Stampa.
«Ogni ragionevole dubbio» riafferma Cacciari «diventa semplicemente un ostacolo alla decisione. Il pensiero critico, e cioè scientifico, non dovrebbe che opporsi, secondo i suoi stessi principi, a una simile tendenza. Se la crisi non è governata anzitutto in sede politica, attraverso l’azione di un autorevole comando politico, è inevitabile che la domanda di risposte “oltre ogni dubbio”, di certezze assolute (passaggio illogico dal certo al Vero!), sia rivolta al Tecnico e allo Scientifico. Essi si trovano allora investiti di un ruolo del tutto improprio di “sostituti” del governo politico – o, più precisamente, quest’ultimo, per la sua debolezza, per la fragilità della sua costituzione, si maschera dietro il sapere tecnico».
«Sono processi e intrecci che nessuno decide a tavolino, che nessun Soggetto stabilisce, preordina o prevede. C’è però dato esserne coscienti e comprendere che questa crisi già presenta tutti i tratti di un autentico mutamento culturale. Pensarla come una parentesi, chiusa la quale si tornerà a vivere più o meno come prima, è musica da organetto. Le politiche di biosecurity svolgono una funzione imprescindibile nell’addomesticamento dei comportamenti sociali».
«Questo scenario, assai più che probabile, è vissuto dalle élite politiche del Vecchio Continente con sovrana incoscienza (a differenza dei capi e degli strateghi delle grandi potenze economico-finanziarie), con poche eccezioni, Macron forse, la Merkel. La grande nebbia Covid, in cui navigano Scientia duce» conclude «permette loro di coprire di tutto e di più, dall’infinito rimando dell’agenda sull’unità politica europea, alle questioni di un nuovo Welfare sociale, a quelle drammatiche dell’occupazione giovanile, della scuola, della formazione».
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