Corriamo il rischio di una possibile recessione qualora gli effetti della crisi medio-orientale si protraggano nel tempo. Capire quanto tempo non è un esercizio semplice. Di certo, indipendentemente dalla durata, i prezzi si sono già mossi verso l’alto, su tutti quelli dell’energia e degli alimentari. Il tasso d’inflazione, auspicato e previsto per il 2026, non verrà rispettato, si tratta solo di determinarne il quanto.
L’apertura o la non apertura dello Stretto di Hormuz è diventato il nuovo termometro/misuratore della crescita mondiale, europea e certamente di quella italiana, considerata la nostra pressoché totale dipendenza da altri lato energia; senza dimenticare l’elevato indebitamento rapportato al PIL. Non facile scendere in campo e affrontare la partita con due zavorre di tale levatura. Tutte le previsioni di crescita, non solo le nostre, sono state riviste al ribasso. Non possiamo negare, che siamo di fronte a un nuovo e repentino mutamento del contesto geopolitico mondiale, e mai come prima d’ora sono in discussione partnership consolidate.
Non dobbiamo, non possiamo però, nasconderci esclusivamente “dietro” questi accadimenti, per crearci un giustificativo della non crescita. Il problema è di fondo, nasce da molto lontano e anche negli ultimi anni i tassi di crescita sono dello zero virgola per l’Italia e poco più per l’Unione Europea.
Bravi a gestire i costi, in primis, per centrare l’obiettivo di rientrare dalla procedura d’infrazione europea, anche se per numeri infinitesimali non siamo riuscito nell’intento; abbiamo sforato di pochissimo la soglia del 3% nel rapporto Deficit/PIL. Comunque, non rinviabile anche una ricomposizione della spesa.
L’esecutivo ha attuato una rigorosa politica sui costi, apprezzata dagli osservatori internazionali, tanto da contenere lo spauracchio dello spread BTP/Bund ai minimi storici. Questo ha consentito di muoverci in un regime di tassi bassi e contenere il monte interessi per far fronte all’ingente debito pubblico. Debito in continua crescita, rischiamo di superare nel rapporto debito/pil (prossimo al 138%) anche la Grecia, diventando il fanalino di coda dell’Unione.
Da più parti si invoca la sospensione del patto di stabilità, non vi sono ancora le condizioni, siamo ad oggi e per fortuna non ancora in presenza di una recessione dell’intera Unione europea. Forse, occorre farsi potatori in Europa di un nuovo “Piano”, volto a favorire la competitività delle imprese; si deve affrontare il tema energetico, gli investimenti in tecnologia (digitalizzazione e intelligenza artificiale) e capitale umano. Piano che deve consentire di creare ricchezza, distribuirla in modo più equo, con conseguenti migliori salari, anche a sostegno dei consumi che languono.
Tornando in casa nostra e al rapporto Deficit /Pil, essendo un rapporto, occorreva agire anche sul denominatore, quello della crescita. Non abbiamo la certezza di aver fatto il possibile per agevolare le imprese negli investimenti, migliorarne la competitività e indirizzare gli aiuti verso quei settori a maggior valor aggiunto. Si ritorna al nostro tasto dolente, la scarsa produttività.
Negli ultimi trent’anni siamo il Paese, tra le quattro economie avanzate dell’Area Euro, che ha avuto la peggior performance, solo un + 0,2%, come certificato da una recente ricerca del CNEL. Anche con il PNRR non si sono registrati particolari risultati positivi in tal senso, meglio ha fatto la Spagna, altro importante fruitore dei fondi europei. Abbiamo aumentato l’occupazione, non proporzionalmente accompagnata dall’aumento di produttività e ricchezza.
Ulteriore conferma ci arriva dal mutamento delle abitudini di spesa delle famiglie italiane negli ultimi 25/30 anni. Registriamo l’inversione del rapporto tra beni e servizi; questi ultimi, oggi superano la quota del 50% a differenza del passato. Ne hanno risentito alimentari, bevande, per non parlare di abbigliamento in senso generale, prodotti per la casa, in particolare mobili e arredi. Di segno opposto nei servizi, si evidenzia una crescita nella spesa dei prodotti per la cura della persona, per l’alloggio e la ristorazione.
Comportamenti che hanno inciso anche sul mercato del lavoro, traghettando occupazione verso i servizi, che notoriamente hanno un valore aggiunto medio inferiore al manifatturiero; ecco che torna il tema della produttività.
Un comportamento degli italiani che sembra privilegiare “il vivere un momento”, e la domanda che ci si pone è: non crediamo nel futuro?








