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[Il documento integrale] Ufficio studi Confcommercio: l’economia del Sud è sempre più fragile e perde i suoi giovani

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Nota-_-Confcommercio

E’ stata presentata l’analisi dell’Ufficio Studi della Confcommercio su “Economia e occupazione al Sud dal 1995 ad oggi”. Dai dati emerge che il Pil pro capite del Sud resta sempre la metà di quello delle regioni del Nord. Anche il tasso di occupazione è cresciuto 4 volte meno rispetto alla media nazionale e continua l’emigrazione sistematica dei giovani meridionali. 

La distanza del Sud in termini economici e anche “demografici” rispetto al resto del Paese è un tema che ricorre spesso quando si affronta la discussione sulla crisi causata dalla pandemia e sugli scenari di ripresa. L‘Ufficio Studi Confcommercio ad aprile aveva già fatto una fotografia impietosa di quella che era la situazione del Mezzogiorno.

In questa successiva analisi, Economia e occupazione al Sud dal 1995 ad oggi, il focus resta sui temi più ricorrenti che penalizzano da sempre le regioni del Mezzogiorno, burocrazia, micro-illegalità diffusa, accessibilità insufficiente e comparativamente minore qualità del capitale umano ma con un “sottolineatura” importante: il tema della produttività, quello delle condizioni economiche e sociali di vita e, infine, quello della scelta di risiedere o piuttosto di emigrare, sono strettamente collegati. 

Negli ultimi 25 anni, la riduzione degli occupati, come conseguenza dello spopolamento (soprattutto giovanile, -1,6 milioni), e i deficit di lungo corso dei quelli abbiamo detto, hanno, di fatto, determinato un continuo e progressivo calo del Pil prodotto dal Sud ampliando ulteriormente i divari con le altre aree del Paese. Tra il 1995 e il 2020, infatti, il peso percentuale della ricchezza prodotta da quest’area sul totale Italia è passato da poco più del 24% al 22%, mentre il Pil pro capite è sempre rimasto intorno alla metà di quello del Nord; tuttavia, nel 2020, l’impatto della crisi da Covid-19 al Sud è stato più contenuto rispetto alle altre aree del Paese che hanno patito maggiormente il blocco delle attività produttive durante la pandemia (Pil -8,4% contro il -9,1% al Nord rispetto al 2019). 

Disoccupazione e spopolamento: due nodi da sciogliere

Tutta la fragilità dell’economia meridionale emerge anche dall’andamento del mercato del lavoro con un tasso di variazione degli occupati cresciuto quattro volte meno rispetto alla media nazionale (4,1% contro il 16,4% tra il 1995 e il 2019), con distanze ancora maggiori rispetto alle regioni del Centro e del Nord; nemmeno la particolare vocazione turistica delle regioni meridionali sembrerebbe essere di aiuto a spingere l’economia di quest’area, visto che in un anno “normale” come il 2019 i consumi dei turisti stranieri al Sud sono risultati inferiori di quasi un terzo rispetto a quanto speso nelle regioni del Centro e del Nord-Est.

In generale, la tendenza delle politiche per il riequilibrio territoriale dovrebbe passare da un piano di riduzione dei difetti strutturali del Mezzogiorno: controllo del territorio e contrasto alla micro-illegalità, digitalizzazione e innovazione nel rapporto burocratico tra cittadini e controparte istituzionale, investimento nell’istruzione di ogni ordine e grado, con ampio intervento su formazione e trasformazione continua delle abilità e delle competenze e, soprattutto, riduzione dei gap infrastrutturali di accessibilità, dai trasporti alla banda larga, che non permettono un’adeguata connessione socio-produttiva del Sud col resto del Paese e, soprattutto, con l’Europa. La questione dell’occupazione, collegata alla popolazione residente, è altrettanto importante.

Le condizioni e le prospettive di vita e di lavoro del nostro Sud disincentivano le scelte delle donne in termini di partecipazione al mercato del lavoro, ne riducono le scelte di maternità, incoraggiano sistematicamente l’emigrazione dei giovani meridionali verso altre regioni. Al di là del più elevato tasso di disoccupazione del Mezzogiorno e dei più bassi tassi di partecipazione, soprattutto femminile, al mercato del lavoro, emerge tutta la fragilità dell’economia delle regioni del Sud semplicemente dalla lettura della variazione degli occupati totali: a fronte di una crescita del 16,4% delle unità standard di lavoro per l’Italia, nei quasi cinque lustri considerati l’occupazione del Sud cresce di poco più di quattro punti. 

Turismo: risorsa fondamentale mai completamente sfruttata 

Giusto, dunque, che nel dibattito pubblico sul Mezzogiorno d’Italia, anche nel contesto di Next Generation EU, l’attenzione sia tutta rivolta a un auspicato processo di riforma che replica le linee qui sommariamente identificate. Riforme che mirano, in generale, a una migliore utilizzazione del capitale produttivo e umano, oltre che a un incremento delle dotazioni quantitative e qualitative dei medesimi. Il collegamento al turismo, sede e pilastro del vantaggio comparato meridionale è inevitabile. Questo vantaggio è, tuttavia, più nella sensibilità e nella speranza di molti italiani e della maggior parte degli esperti, piuttosto che nei dati.

Sangalli: “Usare le risorse del Pnrr per migliorare infrastrutture e turismo”

Commentando l’analisi dell’Ufficio Studi, il presidente di Confcommercio ha sottolineato che “rilancio dell’economia, grazie ai vaccini, e piano nazionale di ripresa sono un’opportunità irripetibile per il nostro Mezzogiorno. In particolare, le risorse del Pnrr destinate al Sud, circa 82 miliardi, permettono di sviluppare e innovare le infrastrutture di quest’area. E migliori infrastrutture significano anche migliore offerta turistica che è la straordinaria risorsa del meridione”.

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