«La realtà emersa da questo vertice è che nessuna delle due superpotenze ha poi così tanto potere: né sta troppo bene».
Così, in un’intervista ad Anna Lombardi per la Repubblica del 16 maggio, Yascha Mounk, esperto di populismo e identità politica alla Johns Hopkins University.
Tedesco naturalizzato americano, è politologo e autore di saggi come “La trappola identitaria”; “Il grande esperimento”; “Popolo vs. democrazia”.
I due Paesi sono davvero destinati alla guerra, anche solo economica, come predica la “trappola di Tucidide” citata da Xi, o resteranno alleati riluttanti?
“Filosofi del Settecento come Adam Smith e Immanuel Kant, dicevano che più i Paesi sarebbero stati economicamente dipendenti fra loro, meno probabile sarebbe stata la guerra.
I tanti conflitti che hanno attraversato i secoli successivi, dimostrano che non è così: una proto-globalizzazione esisteva già all’inizio della prima guerra mondiale e non è bastata.
Questo per dire che la dipendenza esistente fra Stati Uniti e Cina — insieme a interessi geopolitici diversi e ideologie opposte — non rende impossibile la guerra.
Allo stesso tempo, li obbliga, però, a una sorta di doppio gioco: perché interessi diversi finiscono per coincidere, diventando vantaggi condivisi.
Il problema è che per questo doppio gioco serve raffinata saggezza.
E non la vedo nell’attuale leadership globale”.
I mercati sono delusi anche da quanto è emerso su questioni diplomatiche cruciali: Taiwan e l’Iran.
“Trump divide il mondo in sfere d’influenza: secondo lui, ogni grande potenza può fare ciò che vuole della sua.
Taiwan, isola separata dalla Cina da poche miglia, per lui rientra in quella di Pechino.
E poco importa che a Taipei ci sia un esecutivo democratico desideroso di autogovernarsi.
D’altronde, è più o meno, quel che pensa anche dell’Ucraina, cui pure continua a dare un po’ di supporto.
Non l’ha ancora abbandonata, ma da come ne parla, è chiaro che la ritiene parte della sfera d’influenza russa e dunque non gliene importa tanto”.
E l’Iran?
“Con Teheran, il doppio gioco di Pechino è particolarmente evidente.
I cinesi sono alleati pragmatici e cinici dell’Iran, ma allo stesso tempo il principio di libera navigazione dei mari conta anche per loro: la Cina esporta molto e non può accettare che quanto oggi impone l’Iran, diventi un principio applicabile altrove: rischierebbe di pagarla cara.
Non credo, però, che Xi Jinping presserà l’Iran sul nucleare.
Il Dragone si sente circondato da paesi ostili: Giappone, Corea del Sud, India, non hanno rapporti calorosi con Pechino e fanno parte della rete di alleati degli Stati Uniti.
Meglio un alleato ben armato”.








